RACCONTO

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#wehaveadream Non sempre il buongiorno si vede dal mattino. A volte l'#inizio arriva nel momento stesso in cui chiudi gli occhi, e sogni.

FABIO DE MASI@Sualtezza

 Il buongiorno inizia dalla notte

Questa mattina mi sono svegliato di buon umore e ho trovato la neve fuori dalla finestra; l’ho sognata e stavo bene. Adesso lei è lì fuori, immobile. Sono da poco passate le sei. E' Natale ma mi sembra lo stesso giorno di ieri o dell'altro ieri: c'è solo la neve in più. Mia mamma dorme sola nella sua stanza. Io ci sono abituato, ma lei no. Ha dormito per trent’anni con mio padre. Poi lui ha deciso che era il momento di andarsene via. Chissà se le persone sono in grado di riadattarsi a situazioni che non vivono da anni. Mia madre che deve riadattarsi a un letto vuoto; mio padre a un corpo nuovo.
Sono ritornato a casa di mia madre da un mese; mentre tutti pensano che sia chissà dove a portare avanti un fantomatico progetto, io sono semplicemente a venti chilometri dalla città. Sono tornato dalla donna che mi ha dato la vita.
Indosso un jeans, una felpa e scendo. Quando arrivo giù, davanti al portone, mi accorgo di aver lasciato le ciabatte ai piedi; me le tolgo ed esco affondando nella neve fino al polpaccio. I piedi nudi gelano, ma è bello. Magari riuscissi a fermare il tempo, a congelarmi qui e smettere di andare avanti, di contare ancora le ore; mi basterebbe anche solo rallentarlo. Il cielo è di un buio chiaro, tendente al rosa; sulla strada le uniche vetture sembrano abbandonate da anni. I mezzi spazzaneve non sono ancora passati e la neve mostra il suo manto inviolato in un connubio di magica imperfezione.
Continua a nevicare con fiocchi enormi e asciutti. Tremo mentre avanzo con passi lenti. Fisso i fiocchi e sorrido, e mentre sorrido tiro fuori la lingua per farceli cadere sopra, per raccogliere atmosfera ghiacciata. Sorrido di un gesto che facevo da bambino e mi rimanda indietro. Viaggiare nel tempo è possibile.
Mentre guardo il silenzio che mi circonda, m'accorgo che dalla finestra mia madre mi sta osservando. Io rido, mi sbraccio e le faccio segno di raggiungermi. Lo stesso fa lei. Vorremmo entrambi che l'altro si trovasse in un posto diverso, come se quei pochi metri di distanza fossero incolmabili, quasi fossimo in due parti opposte del globo con interi oceani e continenti da superare. Mi inginocchio sulla neve che scricchiola come plastica. Ne prendo un po' e la mangio. Inizio a non sentire più i piedi, il silenzio che la neve mi getta intorno mi sta entrando dentro. Ho freddo, mi sento debole e mi sembra di essere sordo. Forse mi conviene dare ascolto alla donna dietro il vetro e rientrare in casa. Le madri, in fondo, hanno sempre ragione. E’ quella ragione dettata dall’istinto di protezione, che permette loro di vedere e sentire quello che chiunque altro non può neanche immaginare. La vorrei abbracciare subito.

Arrivo su infreddolito, ma contento.
«Auguri mamma, buon Natale» e l’abbraccio anche se sono tutto bagnato. Le bagno il pigiama, ma lei ride; piange e sorride. Mi butta sulle spalle una coperta e mi fa entrare.
«Ma cosa hai fatto?» dice mentre mi toglie i fiocchi di neve rimasti sulla testa «Vatti a fare una doccia, io ti preparo qualcosa di caldo da bere».
Entro nel bagno, apro l’acqua, mi spoglio e fisso lo specchio. L’immagine è nitida, ma simile a quella che potrebbe riflettere uno di quegli specchi deformanti dei luna-park: sembra allungata. Il freddo ha accentuato il bianco della mia pelle. Le costole, le clavicole, le anche: è tutto visibile, tutto in fuori. Sembra che il mio scheletro voglia scappare dal corpo, e mi chiedo se sia la mia pelle che si stia ritirando o siano le mie ossa a crescere. Invece è il cancro che si sta nutrendo di me come un parassita, ma io gli darò solo il mio corpo. Il mio riflesso si appanna.
L’acqua calda mi riporta un po’ di tepore e sensibilità alle mani, alle gambe. Il silenzio bianco della neve viene poco alla volta riempito dal rumore trasparente dell’acqua. Il bagno si è trasformato in una nuvola calda e profumata che mi ricorda l’odore di Camilla, e il pensiero mi procura un’erezione, l’unico istinto che non abbandonerà mai un uomo, nemmeno sul punto di morte.
Da sotto la porta del bagno filtrano come liquide luci colorate. Di colpo mi vengono in mente i natali trascorsi da bambino. Io adoravo guardare le luci dell’albero durante la notte, mi facevano compagnia. Ricordo che prima di addormentarmi guardavo verso il corridoio ipnotizzato da quest’alternarsi di colori. Io vedevo solo il loro riflesso che correva per tutta la casa. Luci che facendo slalom tra i muri e le porte si insinuavano in ogni fessura. Fissavo l’alternanza come se fosse un danza, una storia muta dipinta a parete che si ripresentava in maniera ciclica. La notte era meno buia e faceva meno paura. Poi mi addormentavo e sognavo.
Si sogna quando la luce non c’è più, durante l’oscurità.
Forse è proprio vero, il buongiorno inizia con i sogni che ci accompagnano durante la notte.

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