RACCONTO

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Gli inizi che non finiscono. Inizi a non finire. #inizio #wehaveadream

BENIAMINA CASSETTA@BeniaminaC

 Inizi a non finire

Le basi filosofiche di questo scritto sono rintracciabili negli albori della filosofia occidentale che all'inizio, come buon senso vuole, si è chiesta quale fosse il cominciamento di tutto, il principio primo. Anassimandro lo chiamava àpeiron, forse ‘fango’ o forse ‘illimitato’, Anassimene lo chiamava ‘aria’, Talete ‘acqua’, Democrito ‘atomi’. La filosofia degli inizi era dunque piena di inizi che giocavano a non trovare mai un compimento. Poi arrivò Plotino, che grazie ad una banalità – che come tutte le cose ovvie ha la capacità, se somministrata al momento giusto, di fare più luce di una lampadina a incandescenza in una cantina polverosa di notte – disse che il principio è l’1.

Uno.

È da qui dunque che parto. L’1 ricorre prepotente in molte occasioni perché sa che senza di lui non esisterebbe nulla, neppure lo zero, suo grande antagonista.
Neppure Adamo ed Eva, i triangoli equilateri, scaleni e amorosi. La scacchiera e ogni suo scacco. Gli inizi. Perché inizi ha cinque lettere, e perché gli inizi non vengono mai da soli – come la lotta filosofica per determinare quale fosse l’inizio ci insegna – ma a gruppi di 5.

Quella che sto per raccontare quindi è una storia che ha cinque inizi.

Il primo inizio è la penna, quella per scrivere, che è pure quel ritrovato della termo e dell’aerodinamica, che permette a un corpo di volare senza difficoltà e di mantenere la temperatura del corpo ottimale. Ti regalai una penna penna, un oggetto per scrivere ricavato da una di queste scaglie, impalpabili come lo zucchero a velo che ti resta sulle mani due volte l’anno, a Natale col pandoro e a Pasqua con la colomba. Adoravi scrivere, e siccome io adoravo te e tutto quello che scrivevi, volevo regalarti l’inizio di una tua passione.

Il secondo inizio è Yeats, il poeta delle notti irlandesi, mi dicesti. Più che notti però, io vedo una mattina a Cork in cui mi hai fatto il caffè. Nessuno tranne mia madre mi aveva mai fatto il caffè, e ho pensato che quel momento, con il sole che faceva fatica a entrare in casa perché in mezzo c’erano le nuvole, il vetro sporco, la veneziana impolverata e le mie palpebre ancora appiccicate di sonno, quel momento volevo ricordarlo. Ancora non sapevo che di te non posso ricordare nulla. I ricordi lasciano la malinconia, si trascinano nell’anima lasciandosi dietro una striscia densa di blu che fa male come fa male all’asfalto e ai timpani il freno a mano tirato all'improvviso.
Invece con te è solo realtà. Tu sei il gerundio presente di ‘rivivere’, uno stato costante di rinnovo perenne.

Il terzo inizio sono cinque anni di silenzio. Cinque anni in cui non siamo esistiti l’uno per l’altra e quindi non siamo esistiti affatto, che sono iniziati con “Ciò che per me è stata la fine, per te sarà solo l’inizio”, e sono finiti con “buona passeggiata”. Quelle due parole sono state il taglio ad un nodo gordiano di pensieri ingorgati e di parole gorgogliate.

Il quarto inizio è una bottiglia di mirto bevuta sotto ad un pino. Non per la Sardegna né per l’alcool, il mirto era il sapore dei pomeriggi passati tra i libri e la chitarra, che inevitabilmente finivano con due gocce di quel miele violaceo per curare raffreddori, consolare crisi di panico, schiarire le idee, annullare i pensieri, annebbiare la vista e impiastricciare tappeti quando lo rovesciai sul pavimento. Da lì, più che iniziare qualcosa, hai smesso di lasciarmi bottiglie in mano.

Il quinto inizio è una calza. Anzi due, quelle che non riesco mai a mettere insieme. Tu le compri tutte nere. Io non mi arrendo alla ridicolaggine di due sacchetti per piedi già ridicoli nel concetto, né tantomeno alla monotonia di averli dello stesso colore, già monotoni nella forma, identica, sovrapponibile al millimetro, nonostante si sappia che il corpo è diviso in due metà solo ingannevolmente simili.
Non è la geometria che ci ha plasmato ma qualche combinazione casuale di cromosomi, anche loro fatti di due metà solo apparentemente uguali, che si sono mescolate come le tessere di un domino. Coerentemente con la loro natura ludica, si sono ricomposte in un serpente di tasselli, la manifestazione di una partita giocata un po’ con l’aiuto del caso, un po’ con l’astuzia dell’esperto, e moltissimo con la fortuna del principiante - uno che di inizi ne sa molto.

I filosofi di sopra, oltre a porsi il problema del principio, scoprirono anche un’altra verità logica ed esistenziale ad un tempo: per non far finire qualcosa, basta non farla mai iniziare.

Per me, tutto quello che non ha fine non è tutto quello che non ha avuto alcun inizio. Per me non finisce tutto ciò che di inizi ne ha avuti 5.

Tu per me sei senza fine perché ritrovare i tuoi inizi e ripercorrerti nel tempo e nello spazio, è ogni volta un inizio che si rifiuta di realizzarsi perché così sa che non potrà mai finire.

Questa storia dunque finisce qui, perché non vuole finire. Gli inizi sono capaci di esistere soltanto nel piccolo frangente della loro esistenza. Riescono ad attivare destini, a creare universi, a disegnare cornici per i quadri più belli e a montare le scene per gli spettacoli migliori, ma non possono sopportare di spegnersi in un attimo, un attimo dopo aver acceso la creazione. Amano riprodursi senza ripetersi, si danno energia a vicenda per provare di nuovo, ogni volta, il brivido di cominciare. Di questo sono grata agli inizi: che alla fine, gli inizi non finiscono mai.

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