RACCONTO

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#inizio è attimo sospeso. Un respiro ed è già storia che si svolge. È tuffo, vertigine quindi acqua sulla pelle. Tutto insieme. #wehaveadream

FRANCESCA BASSO@frabasso93

 Tuffo

Scarpe da ginnastica. Tela azzurra contro venature brune di un tronco. Le stringhe sfilacciate s’intrecciano a ciuffi d’erba e trifoglio.
Rachele allunga una ad una le dita dei piedi e sorride a quel morbido solletico sulla pelle tesa. Ancora una volta si volta indietro e controlla che nessuno l’abbia seguita. Né Stefano con i suoi lombrichi, né Giada con i suoi smalti, né suo fratello con un nuovo dispetto nella manica. Nessuno.
Corre allora verso la sponda del fiume, là dove un tronco arenatosi funge da panchina. Tenendosi ben ancorata con le piccole mani paffute, lascia che le gambe sprofondino fino alle ginocchia sbucciate nel fiume, proprio in quel punto dove l’acqua è più profonda. Nonostante la morsa di caldo estivo che le toglie il respiro, un brivido la scuote. L’acqua è gelida e cristallina. Può scorgere l’unghia dell’alluce e un’alga imprigionata tra due sassi ovali.
Assapora il silenzio solitario di quel luogo Così magico nella luce dorata del tramonto, con il sole che si scioglie nel fiume e cola dai rami degli alberi. Così speciale perché solo suo.
La fragranza del libro nuovo aperto tra le sue mani si diffonde fin nelle fessure più remote delle cortecce nodose. Dalla carta prendono forma personaggi dal sangue d’inchiostro, storie che il dito accompagna nel loro andare a capo e le labbra articolano in un muto racconto.
Rachele si lascia risucchiare dalla rilegatura delle pagine. Avverte le imperfezioni del legno sotto di sé, le piccole schegge che la punzecchiano.
Percepisce la forza della corrente del fiume attraversarle i polpacci. Eppure intanto indossa un’armatura, sale sulle ali di un drago, combatte senza pericolo di sentire alcun dolore.
È un sussulto del tronco a farla sobbalzare e a sviare la sua attenzione.
L’eco di passi di corsa fa tremare quel pontile improvvisato. Il tempo di alzare lo sguardo e una sagoma indistinta sfreccia accanto a lei e si tuffa.
Una fontana di schizzi piove su Rachele e si allarga in grosse lacrime sulle pagine del libro, sfaldando i contorni netti delle parole.
Rabbia e stupore s’intervallano nelle mani tremanti di Rachele, nei suoi occhi che fissano le bolle sulla superficie dell’acqua, in attesa di scoprire il viso del responsabile.
È una responsabile. Con una chioma di ricci ribelli che gocciola sul naso leggermente all’insù. Alcune virgole d’acqua si accoccolano nelle fossette, estremità ultime di un sorriso raggiante.
È la figlia dei nuovi vicini. Quella che pochi giorni prima aveva visto a capo di una fila indiana di pupazzi che si snodava dal camion dei traslochi alla porta della casa sul lato opposto della strada. Li aveva legati l’uno all’altro con una corda e ad ogni suo movimento loro parevano seguirla in una danza armonica. Sorseggiando tè freddo alla pesca, Rachele l’aveva spiata divertita nascosta dietro la zanzariera della cucina.
Ora né divertimento né curiosità si adattano al suo umore; piuttosto irritazione e fastidio. Abbassa risoluta lo sguardo e lo ancora di nuovo al suo libro, continuando però, in realtà, a rileggere sempre la stessa frase senza riuscire ad afferrarne il senso.
«Ciao! Dico a te che stai leggendo: ciao!»
Con la coda dell’occhio Rachele la intravede mentre s’immerge di nuovo in quel pozzo scuro.
«Mi hai sentita? Ciao, sono Emma! Uffa, perché non rispondi?»
«Perché mi hai schizzato il libro. E poi mi hai disturbata: io stavo leggendo. Da sola! » le parole le sono sfuggite prima di potersene rendere conto, veloci come frecce scoccate da un arciere esperto.
«Scusa, non volevo disturbarti. Puoi continuare a leggere, però, se vuoi: mi piace un sacco ascoltare le storie! »
«Ma io non so leggere bene a voce alta. E poi magari non ti piace nemmeno. »
«A me piacciono tutte le storie. Dovresti vedere la mia camera: mia mamma mi ha fatto una parete tutta, ma proprio tutta, coperta di libri. Dal pavimento al soffitto! »
«E i pupazzi dove li hai messi? ». Di nuovo Rachele si morde la punta della lingua: le parole sembrano correre più veloci dei pensieri.
Eppure Emma a quella domanda s’illumina ancora di più e allargando le braccia domanda a sua volta: «la cordata intendi? »
Ormai è troppo tardi per riavvolgere il nastro perciò Rachele annuisce.
«Appesa sopra il letto! »
Scoppiano a ridere.
Insieme.
È suono che riempie l’aria e prende la forma dei riflessi dorati del giorno che sbadiglia. Le frequenze dei loro sorrisi si armonizzano a vicenda, colmando l’una i vuoti dell’altra.
È una risata che sa di pane tiepido che si scioglie in bocca.
«Tuffati anche tu! » la invita Emma.
In uno slancio d’entusiasmo Rachele è in piedi. Poi però guarda verso il basso ed è vortice d’acqua scura e ginocchia che tremano.
«Non ce la faccio. »
«Chiudi gli occhi. E lasciati andare. Fidati di me. »
Rachele prende una boccata d’aria, serra le palpebre. E si tuffa. Ci sono la vertigine del breve volo e l’abbozzo di un sorriso. Quindi acqua, acqua fresca che avviluppa e scioglie ogni laccio di paura.
I polmoni cercano aria nuova e il corpo riemerge lentamente.
Riapre gli occhi. E si specchia in due iridi verde smeraldo, impreziosite da schegge di mille sfumature diverse.
Vede Emma.
Per la prima volta la vede veramente.
Vede lei e se stessa. Grondanti d’acqua. Sguardo nello sguardo.

Scarpe da ginnastica. Tela azzurra contro tela rossa. Camminano insieme lasciando una scia d’acqua e risate.

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