RACCONTO

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Non sono gli inizi a scolpirci, né tantomeno le fini. Sono gli intrecci, gli scontri, i "durante". #wehaveadream #inizio

MELISSA VASI@MelissaVasi

 Un inizio senza fine

Questo è l’inizio.

In realtà non poteva sentire niente, ancora, ma le donne lo capiscono. Le donne sono esseri consapevoli.
Così non le servì nessun test né accertamento medico per avvisare suo marito. Lo chiamò che era sul posto di lavoro. “Amore” annunciò entusiasta, “Amore. Sono incinta”. Dall’altra parte della cornetta si udì un grido di gioia, e lei immaginò il suo sorriso, ma sapeva che era solo una maschera.
Era la sua quinta gravidanza, tutte terminate in maniera brusca nel giro di pochi mesi. Viveva il suo sogno a occhi aperti, ogni volta sperando che fosse quella buona, che finalmente potesse anche lei diventare madre. Ma non aveva mai il tempo neanche per sentirlo muovere dentro di sé, che se n’era già andato.
I parenti la rassicuravano, le dicevano: “Sei giovane, ne avrai un altro”, ma non potevano capire la sensazione di vuoto, di incompletezza che la invadeva quando dal suo utero si sganciava quel guscio di vita. Lei voleva un bambino, e ogni volta perdeva un figlio.
Al quarto aborto il medico la mise in guardia. “Un’ulteriore gravidanza senza successo potrebbe causare gravi problemi. E’ molto rischioso, signora”. Le dissero che, probabilmente, il suo utero non era adatto ad ospitare una vita. E non c’è cosa più dolorosa per una donna, essendo tale, di non poter dividersi in due ma al contempo completarsi, non potersi sentire chiamare mai “mamma”, non poter vedere il proprio grembo gonfiarsi di vitalità.
Suo marito le stava vicino, ogni volta come fosse la prima. La riportava a casa, dopo la corsa disperata in ospedale, e se la dondolava fra le braccia fino a quando non avesse smesso di piangere. Le accarezzava i capelli, le mormorava parole di conforto, pur sapendo fossero inutili.
“Potremmo adottarne uno”, suggerì una volta. Ma non è la stessa cosa. Le procedure sono lunghe, spesso bisogna attendere anni, e quella malinconia intrinseca sarebbe comunque rimasta nel cuore e negli occhi di lei. Voleva un figlio che fosse suo. Che, a guardarlo, le ricordasse le mani e le movenze di suo marito; che si svegliasse tardi, come faceva lei. E’ il desiderio di ogni donna, no? Procreare. Scindersi e completarsi.
E così suo marito iniziò a desistere. Quell’uomo che tanto l’amava, e che come lei desiderava una famiglia, pensò che fosse meglio non provarci più.
”Io ti amo, e sai quanto anch’io desideri questo figlio. Ma non posso perderti. Se la scelta è avere te o rischiare la tua vita, amore, io non ho dubbi”. Così anche l’ultimo appoggio che aveva andò in frantumi, più debole di quella gravosità che li circondava.
Ogni volta era un nuovo inizio. Dimenticava ciò che era successo prima, e viveva quell’intimità femminile come fosse una novità. Era come se cominciasse finalmente a vivere solo in quel momento, come se fosse il punto di partenza per una nuova vita, un inizio tanto atteso e tanto sperato.
Ma inevitabilmente arriva una fine. Non sarebbero inizi, se non finissero. Si passa la vita a cominciare le cose, a guardarle crescere, ma poi un percorso già segnato ti spinge altrove, ed è così per un amore, un lavoro, un affetto e per ogni altra cosa. La fine non equivale sempre alla morte del sentimento, dell’iniziativa, ma può indicare un cambiamento, una divisione, e così ogni inizio prende la sua strada e termina, in un modo o nell’altro. Non si può iniziare per sempre.
Per quattro gravidanze era stato così. La gioia dell’essere finalmente integra, piena, scemava nel giro di poche settimane. E la delusione e l’amarezza che ne conseguivano erano atroci.
Ma fra tutti gli inizi destinati a concludersi, ne esiste sempre uno che si salva. I sogni sono fatti per essere esauditi, prima o poi, e c’è un inizio che non termina, che continua incessantemente.
Passarono i giorni. Passarono i mesi.

E questa, signori, non è la fine.

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