RACCONTO

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#wehaveadream Ogni fine prende piede da un #inizio, non importa se è giusto o sbagliato, l'importante è la direzione

FABRIZIO LAURIA@fabriziolauria

 Nuovo inizio

Sveglia e caffè, ma soprattutto una bella doccia con tanto di raspatina nelle parti basse per premiarsi al meglio. Barba e pettinatina, una controllata alle unghie e subito a scegliere la camicia più bella per iniziare alla grande la prima giornata di lavoro. Era nervoso, d’altronde l’inizio in uno studio nuovo era sempre come il primo giorno di scuola. Faceva un bel freschino quella mattina ma vabbé, una giacchetta di velluto e una camicia sarebbero andate benissimo. Camminando verso la fermata dell’autobus gli era venuta la strana idea di accendersene una. Una sigaretta, la mattina, che schifo.
Però si sentiva la colazione ancora sullo stomaco, forse non avrebbe dovuto mangiare così in fretta. Forse avrebbe dovuto mangiarne una sola fetta di quella torta al cioccolato fatta da sua madre. Ma forse sarebbe anche solo bastato che facesse colazione dopo la doccia e non prima. Poco male, niente che una sigaretta non potesse aiutare a mandare giù. Solo un paio di boccate e il sapore del tabacco gli stava dando davvero fastidio, inoltre il disturbo allo stomaco non sembrava migliorare. Si era arreso, gettando la sigaretta per terra, salendo sull’autobus al capolinea.
C’era poca gente. Meglio, così aveva potuto accomodarsi proprio nel posto dietro all’autista. Quello che preferiva da ragazzino. Non era proprio una giornata splendida, ma si sentiva ugualmente pieno di fiducia: papà architetto e figlia architetta non sembravano proprio dei mostri di simpatia - avevano tutta l’aria di essere degli autentici diti nel culo - ma a giudicare dai lavori che avevano in mano lui si sentiva certo che fosse proprio lo studio adatto per un salto di qualità.
Stava giusto pensando di esserne venuto fuori - forse, dopotutto, quel paio di boccate di sigaretta avevano fatto il loro dovere - quando in pochi secondi l’ottimismo era sfumato in panico. Sudore freddo, tremito: allarme rosso Più si sforzava di controllare il fastidio allo stomaco e più sembrava che la gente iniziasse a guardarlo storto: doveva essere tutto bianco. Si ripeteva che poteva farcela, che stringendo i denti sarebbe passato tutto. In realtà non c’erano alternative. Doveva per forza andare in bagno, rischiava seriamente di farsela addosso. Era ormai a un paio di fermate, l’idea migliore era quella di fermarsi in qualche bar a risolvere la situazione... nell’unica maniera possibile ma era ormai troppo tardi. Non restava che tenere duro e affrontare la situazione, possibilmente a testa alta. Magari camminare fino allo studio gli avrebbe fatto bene...
Infatti la breve passeggiata fino a destinazione pareva aver risolto il problema. Forse.
Perché, sarà l’agitazione di essere comunque arrivato in ritardo ma i crampi addominali erano tornati a tormentarlo proprio mentre la porta dello studio si stava aprendo davanti a lui.
“Buongio… ma sta bene?”. A giudicare dall’accoglienza doveva avere proprio un aspetto terribile. Un sorriso flebile, una stretta di mano – la sentiva piuttosto viscida, doveva aver sudato abbastanza da risultare disgustoso – ed era ormai entrato. All’arrivo dell’architetto con la mano protesa era esploso in un “scusate, dovrei andare in bagno, dov’è?”.
Non ci credeva, non poteva averlo detto davvero. Sedendosi sulla tazza sentiva salire una sghignazzata clamorosa. A proposito: doveva cercare di limitare il possibile i rumori molesti, già l’esordio era stato a dir poco penoso…
C’era voluta davvero molta forza di volontà per fare tutto con calma e nel modo più discreto. E ora?
Come venire fuori da un’entrata così infelice? Forse c’era una soluzione: rinfrescatosi al piccolo lavandino presente nella stanzetta era uscito come se nulla fosse.
Aperta la porta non aveva lasciato ai due il tempo di dire nulla, afferrando loro le mani convinto, si era limitato a un: “Che imbarazzo, sono cose che succedono… Facciamo che esco, busso e ricominciamo tutto da capo come se non sia successo niente”. Aveva quindi dato la schiena richiudendosi la porta alle spalle. Stava per suonare nuovamente al campanello, ma un pensiero l’aveva bloccato: forse era un segnale, anzi era decisamente una premonizione. Non aveva mai creduto al destino o a cazzate del genere, però si era quasi cagato addosso il primo giorno di lavoro… qualcosa vorrà pur dire... un inizio che sembrava già indicare quale sarebbe stata la conclusione.
A pensarci bene gli era venuta una gran fame, non aveva nessuna voglia di rivedere papà-e-figlia-architetti e in cucina era rimasta ancora una gran fetta di quell’ottima torta al cioccolato. Magari con una sigaretta poteva tappare il buco allo stomaco prima di tornare a casa per un nuovo inizio, magari verso un’altra direzione.

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