RACCONTO

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#wehaveadream #inizio La primavera sbocciò intrepida dentro il mio cuore. Era la fine di un assurdo tempo senza domande. Era il mio inizio.

MONICA GUERRA@monica83971229

 L'inizio

Le spighe ambrate danzavano sulle onde oblique del vento tra i nostri copri addormentati. Mi sorprese, lieve, il chiarore dell’aurora e, quando aprii gli occhi, rimasi immobile a inalare l’aria fresca per un istante. I raggi dell’alba dipanarono un groviglio di pensieri. La limpidezza del mattino imbiancò, d'un tratto, le esitazioni notturne.
Posai uno sguardo vigile sul suo corpo steso, di fianco al mio. La brezza gli sfiorava timidamente le labbra, mentre i capelli chiari ondeggiavano con la quinoa nei campi. La carezza dei miei occhi scivolò lungo la sua pelle e lui si destò.
Avevamo trascorso la nostra prima notte adagiati sulle piante folte, sotto un lenzuolo di stelle che vegliava custode.
La nostra vecchia città, giorno dopo giorno, si era fatta lontana, con le sue grida e le sue strade affollate. Avevamo camminato in silenzio, dentro i rumori attraverso i mercati, seguendo la scia invisibile dei sogni. Il sentiero ci aveva guidato srotolandosi come un papiro. Rimpiccioliti, nella distanza, divenimmo solo un frammentario ricordo, come se prima di allora non fossimo nemmeno esistiti. Nulla era esistito, prima dell'amore, se non la spossatezza della finzione.
L’avevamo osservata a lungo, prima della partenza, quell'esile lingua di terra che spaccava a metà le alture innevate, tuffandosi, sinuosa, nel blu dell’orizzonte. C’eravamo presi per mano senza esitare, nel silenzio che riempiva le voci, i suoi passi stretti nei miei, il mio respiro dentro il suo petto.
Procedemmo lungo quel cammino privo di meta e sazio di tempo.
Le pietre silenziose, una dopo l’altra, divennero passi. Volteggiammo nell'immensità, sopra la piccolezza dei nostri corpi, insieme al volo alto del condor. Possedemmo, uniti, il vigore di chi crede e la forza di chi ama.
Tutto era uno. Indivisibile.
Attraversammo villaggi, andando incontro a genti diverse, imparammo le loro lingue e cambiammo le nostre vesti al mercato. Regalammo racconti e le foto di alcuni vecchi ricordi. Sorseggiammo tè profumati nell'aria gonfia di spezie e d'aromi e tessemmo tappeti. Donammo, sazi, ricevendo l'amore.
Il tepore dei giorni concentrava il pensiero, la nostra riva di carne si nutriva di sole e l'animo germogliava incline alla vita. La frescura della sera scioglieva il petto nel cuore e nel nostro itinerante giaciglio si coricavano la luna e intere galassie.
La primavera ci scivolò addosso, lo capimmo solo dopo che l’estate fu inghiottita dalla corrente, guizzando veloce come l’acqua nel fiume.
I giorni cominciarono a farsi più corti, il tramonto andava di fretta e il vento ben presto divenne tempesta. Il primo d’autunno, al calare della sera, lui mi chiese impertinente: “E domani?”. Il volo del condor fu l'ombra di un ricordo scordato. Lui cominciò a rimuginare. Il silenzio della montagna opprimeva il suo cuore, il suo orecchio aveva scordato l’alfabeto del vento.
Temeva l'avanzare del gelo, le poche provviste e le sue incertezze adombrarono l'amore. Il pensiero divenne ossessione. Forse il suo viaggio era finito, forse era stufo, mi chiesi persino se era mai davvero partito.
Scendemmo a valle, io lo seguii nella sua sterile ricerca della salvezza che giunge da fuori. Al ritorno lui si diede da fare, di notte e di giorno, scalfendo anche il sogno, per immaginare già spento ogni giorno trascorso, per trovare la coperta di un vecchio torpore. Vagava sazio di ossequi tra le strade della finzione, con una manciata di sogni sgualciti, svendendo al mercato i suoi pensieri a uomini che non erano mai partiti. Frammentario divenne l'amore.
Poi giunse florido e intenso il mio vero inizio. Fui appena in tempo quando mi accorsi della vita che mi fioriva nel grembo. Lasciai cadere, senz'esitare, la sua mano impaurita nei cunicoli oscuri. Chiusi gli occhi, da sola, e ripercorsi tutti i miei passi all’indietro, verso il tutto racchiuso oltre l'inverno. Raggiunsi un’ampia caverna, in cima al nostro vecchio sentiero, accesi un piccolo fuoco al riparo dal freddo, e mi affidai al mio tempo. Fu fatica, fu dolore, fu speranza e poi fu solo vita. Nacque la creatura, nella caverna sulla vetta del monte, nella luce del sole, nell’ombra celeste del condor.
La avvolsi tra le pelli dell’orso e la scaldai al mio seno fino a quando ritrovai la forza giusta di scendere a valle. La primavera si era fatta radice nel cuore, allora fui certa che non avrei mai più inciampato in un tempo senza domande.
Giunsi nella valle all’alba del settimo giorno, lui non dovetti nemmeno cercarlo. Lo scorsi immobile, era sua l'ombra sul muro, dell'uomo che amavo.
Pregava, malconcia, sfocata, smarrita all’angolo di una strada. Si alzò di scatto, mentre pacata mi avvicinavo con il nostro minuto fagotto. Quando gli fui vicina, incerto scostò il lembo di pelle dell’orso e per un istante s'inabissò. Non aveva immaginato, nel suo tanto scordare, che all'amore bastasse l'amore.
Il suo sguardo risalì, nuovo alla vita, nell'inizio di un vivere vero, nel candore di quella pelle lunare. Cerco un punto fermo dentro i miei occhi, li trovò coricati tra le stelle e le spighe su un lenzuolo di vento. Ascoltò il battito di quel piccolo cuore e di nuovo fu in lui la forza nuda del condor. Egli scrutò la nostra ceratura senza sapere che c'era un altro inizio, un invisibile piccolo orecchio, dentro il suo orecchio perfetto.

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