RACCONTO

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#wehaveadream La parola #giustizia è stata assassinata, senza pietà. Ora è lì, come una carcassa vuota. Un guscio di noce senza gheriglio.

ANTONELLA GRECO@grecanto

 La parola giustizia non esiste

Tutti abbiamo un segreto che non vorremmo avere. Il mio segreto abita in una parola che ho giurato di non usare più e se un giorno mi costringessero a farlo, lo farei sussurrandola, così da poterla udire solo io. Mi chiamo Pietro ed ero un poliziotto. Dove vivo adesso, in questo piccolo paesino della Provenza, nessuno sa nulla della mia vita precedente. Tutti credono che sia uno dei tanti italiani che si sono trasferiti all’estero a causa della crisi, come racconto ogni volta che qualcuno me lo domanda. Senza una famiglia, senza una compagna, mi è stato facile giocare con la verità raccontando una menzogna che fa comodo anche a me. E così vivo la mia vita cercando di non pensare al mio passato. Qui nessuno conosce il dolore che mi porto dentro e che, giorno dopo giorno, assomiglia sempre più a una maledizione. Di giorno mi è più facile non pensarci, distratto dalle mille faccende quotidiane, ma la notte non mi lascia scampo. Con la complicità del buio tornano a tormentarmi quelle maledette immagini che mi perseguitano, come fotogrammi di un film che ogni volta che lo guardi sono sempre gli stessi, identici e cadenzati. Ogni notte sono condannato a rivivere la mia vita precedente il giorno in cui è cambiata per sempre. Ritrovo gli occhi di quel ragazzo che mi fissano con aria di sfida, con il coraggio incosciente tipico dei suoi diciotto anni appena compiuti, e rincontro la mia paura audace, rinvigorita da tutto quello che mi era stato inculcato. “In caso di pericolo, se qualcuno minaccia la vostra vita, non esitate a sparare”- questo ci avevano detto al corso di addestramento e ripetuto ogni volta che si affrontava l’argomento. “Siete poliziotti, non dimenticatelo mai”, anche questo ci dicevano. Allora ne ero orgoglioso, fiero di quella divisa che indossavo. Oggi non so quanto pagherei per dimenticare di esserlo stato. Eppure io, per un attimo, in quel ragazzo che mi veniva incontro con gli occhi accesi, brandendo un sasso raccattato chissà dove, mi ero riconosciuto. Avevo rivisto il me stesso di qualche anno prima, quando davanti alla scuola protestavo con i miei compagni per qualsiasi causa accendesse la nostra indignazione. Ma è stato un attimo. Poi, il poliziotto ligio al dovere ha avuto il sopravvento ed è stato lui a premere il grilletto. Un colpo secco, in pieno petto e quel ragazzino è caduto giù come un birillo, riempiendo del suo sangue rosso vivo tutto quello che aveva intorno, compreso il sasso con cui mi minacciava. Quante volte mi sono chiesto perché non lo abbia sparato alle gambe o alle braccia. Non lo so. Quando mi è stato chiesto al processo - un’infinità di volte- ho dato sempre la stessa risposta. Quei “non lo so “ uscivano dalla mia bocca arsa come un fiume in estate che prende linfa vitale dalle lacrime che mi scendevano sul viso. Non so se siano state quelle lacrime, il mio smarrimento palpabile o la bravura del mio avvocato, ma la giustizia italiana mi ha assolto. “Legittima difesa”, hanno decretato i giudici in tre fasi di giudizio. E invece dovrei pagare per quello che ho fatto. Dovrei marcire in carcere perché sono un assassino. E’ questa quindi la giustizia? Quella giustizia in cui ho sempre creduto, che mi hanno insegnato, a cui avevo deciso di dedicare la mia vita? No, non può essere questa la giustizia. La giustizia non altro che una banconota fuori corso, che può vendere e comprare coscienze e silenzi. E’ una carcassa vuota, un guscio di noce senza gheriglio. Nulla più che un’interferenza, una intrusione. Ecco perché io, quella parola, ho giurato di non pronunciarla mai più.

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