RACCONTO

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Tutti #wehaveadream uguali e diversi per la #giustizia. Difficile diffondere fiducia in una giustizia a volte indifendibile.

JENNY RIZZO@Jay80jenny

 Quando la giustizia si relaziona con la realtà

Mi affretto verso l’ingresso del carcere di Opera. Qui troverò M. ad aspettarmi, detenuto rumeno finito in carcere per falsificazione di documenti e favoreggiamento alla prostituzione. Il protocollo da seguire all’ingresso del carcere è, come sempre, lungo e tedioso. Motivo per cui cerco di arrivare in anticipo ai colloqui. Consegnato chiavi, cellulari, rilasciato il badge di autorizzazione ex Art.17 O.P. e dopo aver scambiato due battute con gli agenti penitenziari al blocco, riesco finalmente ad oltrepassare il primo cancello. La prima volta che entrai ad Opera (si intende, il carcere!) fu per uno spettacolo teatrale. Era inverno, buio e freddo. I giardini che mi accolsero al di là del primo blindato mi illusero di essere all’ingresso di un normale teatro della città di Milano. L’illusione finì presto, oltrepassando il secondo blindato. Rimasi in una stanza per dieci minuti, insieme ad altri ospiti della serata: vi erano delle sedie di ferro, alcune rotte, muri ingialliti con crepe sul soffitto, una macchinetta del caffè guasta, un metal detector e 4 agenti che si affrettavano ad eseguire i controlli necessari per l’ingresso del pubblico. Sto percorrendo il viale che porta verso la sezione dei colloqui quando improvvisamente mi squilla il cellulare. Paonazza, chiedo indulgenza all’agente che, conoscendomi ormai da tempo, prende in consegna il cellulare con la promessa di restituirmelo all’uscita. Giunta nell’aula colloqui riconosco M., il ragazzo con cui dovrò affrontare un difficile argomento oggi. M. è una mia vecchia conoscenza: abbiamo già affrontato insieme un percorso di riabilitazione in passato, transitando da una misura alternativa ad un fine pena con un percorso eccellente. M. oggi si ritrova di nuovo in carcere a scontare una pena per un reato passato, pena non cumulata con quella già scontata ed egregiamente sostenuta. M. mi sorride con quel suo solito fare un po’ superficiale solo in apparenza “Hey, Dottoressa. Siamo di nuovo qui eh?! “ . Sono mesi ormai che non ho possibilità di parlare con lui. Qui ad Opera ho seguito molti detenuti, ma lui è sempre rimasto particolarmente legato a me. Abbiamo discusso spesso sulla sua posizione: “Io ho pagato il mio errore; ora mi è dovuto rispetto ed un lavoro”. Anche oggi prevedo una sana discussione ad armi pari. M. è disposto a pagare e saldare ogni debito con lo Stato italiano, purché fuori ci sia una giustizia che gli conceda un futuro. Ha già vissuto sulla sua pelle il disprezzo della società, i contratti ti di lavoro negati, le malelingue della comunità in cui da anni si è perfettamente integrato. A parer mio negazioni non condivisibili: per comprendere comportamenti illeciti, infatti, si dovrebbero prendere in considerazione sistemi, e non semplicemente disposizioni individuali e attitudini personali. Ma questa mia visione delle cose resterà celata a M. Oggi M. è più livoroso del solito: particolarmente introverso ed agitato. E’ qui ad Opera da un mese ormai e non ne ha molti dinanzi da affrontare. La pena residua da scontare è breve. Non è questo il suo problema. La sua difficoltà a comprendere lo stato dei fatti riguarda la misura alternativa terminata da un anno senza segnalazioni negative al magistrato di sorveglianza. La sua vita post carcere si era ormai consolidata: aveva una compagna (che probabilmente non ritroverà fuori ad aspettarlo per l’ennesima volta); un lavoro come collaboratore presso la pizzeria del fratello; degli amici non carcerati; la voglia di ricominciare a vivere alla stregua della giustizia e della legalità. La sua breve pena in questa cella grigia e umida, residuo di un reato del passato, avrebbe potuto essere trasformata in una misura alternativa qualsiasi: detenzione domiciliare, affidamento in prova ai servizi sociali, regime di semilibertà. Ed invece è qui, di nuovo tra le quattro mura che hanno contribuito nel creare la persona che è oggi: sfiduciata. In pochi sanno che in carcere si può studiare. M. nel lungo periodo passato nel carcere di Vercelli ha avuto la possibilità di terminare gli studi in giurisprudenza. Molti sono i detenuti che approcciano questa facoltà e le motivazioni possono apparire evidenti a tutti. Questo aspetto di piena presenza mentale e conoscenza concreta della materia, rende accattivante ogni discussione con M: confuta ogni mia affermazione con la quale cerco di recuperare quel poco di fiducia che aleggia nella sua mente verso la giustizia che un giorno gli permetterà di vivere da libero cittadino comunitario nel Paese che lui ha scelto, insieme alla sua famiglia. Scorato ed amareggiato, a volte incattivito dalla situazione, cerca di giustificare il suo comportamento, senza trovare appiglio in un mio cenno. Non sindaco mai sulle buone capacità di un giovane lavoratore ed amante della vita di riuscire bene da una detenzione carceraria. Non giustifico mai, al contempo, atti illeciti commessi nel trascorso di vita. M. tra poco sarà di nuovo fuori dal carcere e dovrà certamente ricominciare da zero. Annullare nuovamente un pezzo di vita tra quattro mura per non rimanerne affascinato in qualche modo, credendo nelle sue sole forze e facendo affidamento su chi, come me, crede che in ognuno di noi ci sia un lato buono. Perché non credo nella fredda e meccanica distinzione tra il Bene ed il Male, ma credo sia la situazione che di volta in volta ci si ripropone a stabilire le regole del gioco.

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