RACCONTO

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Lusso e povertà, superbia e umiltà, cattiveria e ingenuità, buio e luce. Un mondo fatto solo di estremi giusto non è. #wehaveadream #giustizia

CAROLINA PELOSI@CarolCimPelosi

 O bianco o nero

Ore diciassette e trenta. Come tutti i pomeriggi, da quasi due anni, Sebastian si trova a passare di lì. Anzi, non è che si trova, lui ci passa e basta. Ci passa perché gli piace vedere la vita di qualcun altro, la vita bella di qualcun altro. Una vita che non gli appartiene proprio. Un vialetto alberato, di quegli alberi sempreverdi e che profumano e che s’intrecciano l’uno con l’altro. Grandi lampioni che alle diciotto si accendono da soli. Una laghetto artificiale che viene pulito due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, senza eccezioni. Sebastian queste cose le vede da fuori e sembra quasi un inquilino per quanto ne sa, e invece è sempre stato fuori dal cancello ad osservare e basta. Ogni volta che passa lascia un biglietto nella cassetta della posta del signor Pierre Lapin. “Lei nel lusso più sfrenato, io per strada affamato”. Ogni giorno le stesse parole, puntuale alle diciassette e trenta gliele infila nella cassetta e sospira guardando il fuoristrada parcheggiato in giardino. Pierre, nel cassetto della sua scrivania, ha collezionato ormai settecentodue bigliettini, tutti con la stessa calligrafia e la stessa frase. Non si sa perché li conservi tutti quanti. Eppure ogni giorno apre la cassetta e tira fuori il biglietto, leggendolo con lo stesso senso di colpa di sempre, anche se lui colpe non ne ha. Poi va ad aprire il cassetto, per riporre l’ennesimo foglietto, e guarda tutti quei pezzi di carta uno sopra l’altro, e manda giù l’aria che si blocca in gola e poi lo richiude. E quasi vuole chiudere anche il dolore di quelle parole lì dentro, perché se qualcuno si prende la briga di scrivere la stessa frase da due anni la disperazione deve essere davvero forte. È mercoledì, Sebastian sta facendo la fila alla mensa per avere almeno mezzo mestolo di pasta e un po’ d’acqua. È veramente lunga e lui non è a buon punto, è ancora in mezzo alla strada a sudare schiacciato da tutta quella gente. La povertà è troppa in quella città. E forse nel mondo. Poi riconosce una targa, tra tutte le macchine che gli passano davanti, lui riconosce quella di Pierre. Allora decide di lasciare stare la fila e seguirlo, lo vuole vedere in faccia, per assurdo in due anni non l’ha mai nemmeno incrociato. Si mette a correre, poi un semaforo rosso. Si ferma e fissa quell’uomo al volante. Giacca e cravatta, come sospettava, ma una brutta luce negli occhi. Una luce triste. Pierre si volta e si rende conto di come quel poveretto al semaforo lo sta guardando. Adesso fisso negli occhi. Adesso lo guarda per la prima volta. Adesso capisce tutto. Come se fosse scontato, come se lo sapesse, Pierre si rende conto che i settecento e passa biglietti che lui conserva sono di quell’uomo. Lui avverte questa sensazione così forte che abbassa il finestrino e dice “Vuoi salire un momento in macchina? Ho da dirti due parole”. Sebastian, sorpreso come non mai, apre lo sportello ed entra in quell’auto profumata, temendo di sporcarla coi suoi pantaloni e le sue scarpe e le sue mani. “Ho un laghetto artificiale, nel mio giardino, se oggi verrai a pulirlo per bene ti darò cento euro”. “E il solito uomo, oggi non c’è?”, chiede Sebastian chinando il capo. Ecco la conferma, i bigliettini sono proprio suoi, pensa Pierre. Poi sorride appena e senza rispondere si avvia verso casa sua. Lo fa entrare e gli mostra la casa. Poi lo porta di fronte ad una grande fotografia. “La vedi questa? Questa qui è mia moglie. Era, dovrei dire. Era mia moglie”. Sebastian guarda dispiaciuto quella donna in foto e sente la voce strozzata di Pierre. “Lei aveva la leucemia, non è stato possibile recuperarla. In nessun modo, in nessun ospedale sono stati in grado, tutti quei soldi non sono bastati. Non sono bastati a farla restare qui con me”. Gli occhi gli si riempiono di lacrime e piange, piange forte. Sebastian, spiazzato, gli mette una mano sulla spalla. Il lusso non gli basta, non può bastargli e non gli basterà mai, questo l’ha capito. “Mia figlia ha contratto la stessa malattia, lei è andata a New York. Lì gli ospedali costano troppo e le cure ancor di più. Ogni mese le mando quasi tutti i soldi che ho perché lei deve guarire, è troppo giovane e non posso permettere che vada via anche lei. Io non posso”. Sebastian si rende conto che, in fondo, Pierre così bene come sembra non sta. Anzi, sta forse peggio di lui. È solo, solo come lui. Sono soli. “Io capisco che tu non faccia una vita giusta, ma il giusto ormai non esiste. O è troppo o è niente. O la lussuria o la povertà, o la superbia o l’ umiltà, o la cattiveria o l’ingenuità, o il buio o la luce. Solo bianco e nero. Un mondo fatto solo di estremi giusto non è. Ma se vuoi, possiamo trovare un giusto mezzo insieme e possiamo combattere un po’ di solitudine”. Sebastian sorride, nessuno gli avevo chiesto di esserci prima d’ora. In quell’esatto momento sente di esistere e risponde soltanto “mi sembra giusto così”. Poi Pierre gli mostra il cassetto, quel cassetto pieno di biglietti, i suoi biglietti. Osserva il suo sguardo stupito e gli dice “li ho conservati tutti, ho sempre saputo che un giorno sarei riuscito ad incontrarti e insieme avremmo potuto far fuori questi pezzi di carta e tutto il dolore”.

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