RACCONTO

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Spesso la si definisce giusta o sbagliata. Io sogno un mondo in cui la parola #giustizia non contempli aggettivi #wehaveadream

ANDREA PEGOLO@SynthWriter

 Meno cento (ciò che resta)

Dedicato a tutti i Troy Davis Ghiacciava tutto qui dentro. Faceva così freddo che la coscienza cominciava a non sentire più il corpo. Il distacco sarebbe stato inevitabile di lì a poco, un conto alla rovescia che avrei vissuto senza cronometro. Già, visto che l’orologio alla parete non aveva più le lancette, colpa di qualche detenuto in isolamento che le aveva staccate, l’unica scansione possibile del tempo, per la verità piuttosto improvvisata, era data dai miei respiri. Gli ultimi, come mi era appena stato comunicato. Lei era seduta su una vecchia poltrona di paglia. Sfilacciata. Lei come la poltrona. Due masse sfilacciate senza confini certi, che all’occhio diventavano un’unica forma, indistinta, e nella mente si fondevano nello stesso sogno: questo, l’ultima parentesi di un incubo. Spannai il vetro, pennellando come un pazzo con i polpastrelli. Guardare oltre era un bisogno assoluto, più impellente della ragione. Fuori c’era il sole e i miei compagni, nudi, facevano la doccia nel cortile. Con gli occhi respiravo i silenzi, i miei, non i loro; nel frattempo cercavo di intuire tutti i rumori esterni… Saranno stati davvero quelli giusti? Quel vetro mi isolava dal mondo, ma non era l’unico ostacolo. L’altro l’avevo scelto io: la Moldava di Bedrich Smetana, il mio ultimo desiderio di astrazione. “Perché, DIAVOLO!?” Qualcuno, dal corridoio, arrestò la musica, prima che terminasse il suo corso naturale, e mi intimò di stare seduto. Tentai di oppormi, ma alla fine scelsi soltanto di ubbidire, assecondando l’ultimo desiderio di quello sconosciuto. Staccai le dita dal vetro, che si appannò di nuovo, e mi “accomodai”, si fa per dire, sulla brandina. Il piccolo termosifone davanti a me, spento forse da un secolo, fumava dal gelo. Per ripicca, mi accesi l’ultimo mozzicone. Dopo sette giri di chiave, un’ombra voluminosa anticipò un piccolo uomo dal viso intarsiato di rughe, il quale, senza guardarmi negli occhi, si limitò a esclamare: “Quattro minuti e giustizia sarà fatta!”. Più che per quelle parole, tremai a seguire il moto ondeggiante delle sue rughe, animato dalla fiamma (diabolica?) che si portava appresso. Se ne andò subito e, sbattendo violentemente la porta, chiuse anche i miei occhi. Ormai era chiaro: dovevo rinunciare velocemente a me stesso. Così, cominciai a scandire a voce alta, come fosse un’omelia, il conto alla rovescia dei miei ultimi respiri, mentre, con fare metodico, indossavo il vestito della domenica. Volevo essere elegante, solo per lei. Quando gridarono il mio nome e anche il mio cognome, che quasi mi ero dimenticato, la temperatura scese ancora e il termometro esplose. Meno cento, come i respiri che mi restavano… La porta della cella si aprì per l’ultima volta e lasciai libero il mio corpo di essere trascinato fuori. Il resto non ve lo racconto, è tutto scritto in un referto medico-giuridico. Sappiate solo che “GIUSTIZIA!”, il primo valore a cui ho cercato di aggrapparmi in tutti questi anni, è anche l’ultima bugia che ho sentito.

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