RACCONTO

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#fratellanza è accettare la diversità perché è la parte migliore di noi. #wehaveadream

MICHELA PAPAGNO@KerriBredscio

 Converse e Hijab

Fratellanza: reciproco sentimento d’affetto e di benevolenza come tra fratelli
(definizione vocabolario Treccani)


Il pallone volò pochi millimetri più in alto delle sue dita tese e rotolò via.
Seguendo la tacita regola per la quale chi non prende la palla la va a recuperare, Vittoria iniziò a correre per raggiungerla, ma questa prese velocità grazie alla leggera pendenza del sentiero e si fermò ai piedi di una ragazza seduta su una panchina.
«Scusa!» Vittoria fece per prendere il pallone ma la ragazza fu più veloce e glielo porse sorridendo.
«Non fa niente.»
Vittoria stava per tornare dalle sue amiche ma si fermò. Aveva già visto quella ragazza, frequentavano la stessa scuola e nei corridoi attirava molti sguardi, ma non perché fosse appariscente, anzi.
«Tu sei nella mia scuola, vero? Il classico, quello in centro…»
«Sì. Sono in prima B.»
«Io sono Vittoria, sono in prima E.» si mise il pallone sotto il braccio e le porse la mano, che l’altra strinse con energia.
«Nawal, molto lieta.»
Un gesto semplice, la stretta di mano. Eppure da che l’uomo ha memoria ha sempre avuto un grande significato: la conclusione di un accordo, la consacrazione di un patto o il primo contatto fra due sconosciuti. È istintivo porgere la mano quando si conosce qualcuno, serve per accorciare la distanza, per capire chi hai di fronte e socchiude la porta di due mondi che si osserveranno, prendendosi le misure.
La stretta di mano è il primo passo, la prima badilata di cemento per costruire una relazione.
«Cosa stai leggendo?» Vittoria indicò con il mento il libro appoggiato sulla panchina.
«Un libro che ci ha consigliato il prof. di religione, sulla fratellanza delle religioni.» Nawal ricacciò sotto l’hijab una ciocca di capelli.
«Tu fai religione?» Vittoria non riuscì a nascondere la sua sorpresa.
«Sì. Mio padre dice che devo conoscere e rispettare tutte le religioni, perché sono espressioni di una stessa anima.»
«Io credevo che… insomma, che voi foste molto…»
«Chiusi? La mia famiglia ha una visione molto aperta delle leggi islamiche.
Siamo credenti, praticanti, ma mio padre vuole che io e mia sorella ci integriamo perfettamente in questa cultura, quindi ci fa frequentare le lezioni di religione e persone che non condividono la nostra fede.»
Dimenticandosi completamente del pallone e della partita Vittoria si sedette accanto alla ragazza, tempestandola di domande. Furono interrotte dall’arrivo di una sua amica.
«Ma si può sapere che fine ha fatto il pallone?»
«Ah scusa Sara. Eccolo.» Vittoria le lanciò la palla.
«Che fai non vieni? Dobbiamo finire la partita.»
«In realtà io preferirei restare qui, andate avanti voi.»
«Con una in meno in squadra? Dai muoviti.»
A malincuore Vittoria si alzò.
«Nawal, lei è Sara. Sara, questa è Nawal, fa anche lei il classico. Io e Sara siamo in classe assieme.»
«Sì piacere. Dai andiamo.» Sara ignorò la mano tesa di Nawal, cominciando a camminare verso il campetto.
«Vieni con noi, dopo si va a mangiare un gelato.» le propose Vittoria.
«No, ora devo tornare a casa, ho una versione da finire. Ci vediamo domani a scuola però, ok?» glissò Nawal, a cui non era sfuggito lo sguardo in cagnesco che Sara aveva rivolto sia a lei che a Vittoria.
Mentre ritornavano dalle altre Sara sbottò.
«Ma sei pazza? Adesso ti metti a parlare con quella? Ma non la vedi com’è?»
«No, com’è?»
«È una talebana! Magari suo padre è un terrorista che sta organizzando un attentato per farci saltare tutti in aria!»
Vittoria scoppiò a ridere.
«Ma sei fuori? Adesso solo perché è musulmana e porta il velo deve essere per forza una terrorista?»
«Lei no, ma suo padre sì.»
«Sara, ma sei seria?»
«Ma non li guardi i telegiornali tu?»
La mattina dopo il professore di religione entrò in aula con la sua solita borsa di tela, il quotidiano sotto il braccio e con una scia di profumo di tabacco.
«Buongiorno ragazzi.»
Vittoria alzò la mano. Con un cenno della testa il professore le diede la parola, mentre si sedeva sulla cattedra, gambe a penzoloni.
«Prof. oggi potremmo parlare dei musulmani?»
«E cosa c’è da dire, sono dei terroristi.» esclamò qualcuno.
«Tu li conosci tutti?» il professore si rivolse a chi aveva fatto la battuta. In classe cadde il silenzio.
«La diversità può fare paura. Se poi un gruppo di persone in nome di una credenza fa cose terribili è facilissimo cadere in luoghi comuni, come il vostro compagno. Ma è proprio questa diversità che ci rende individui unici e che può arricchirci. Non fermatevi mai alle apparenze. Chissenefrega se si indossano le Converse o l’hijab, la parte importante non è quella, ma è la capacità di comunicare, di confrontarsi e di superare i nostri pregiudizi. Siate critici, chiedete, informatevi.»
Saltò giù dalla cattedra, iniziando a passeggiare fra i banchi.
«Lo scopo di queste lezioni non è propinarvi tutta una serie di informazioni sulla teologia, ma darvi gli strumenti per vedere il mondo da un’altra prospettiva, senza la paura del diverso. È importante accettare la diversità ragazzi, perché è la parte migliore di noi.»
Al cambio dell’ora Vittoria e Sara incrociarono Nawal in corridoio.
«Ciao Nawal!» Sara la fermò.
«Ciao…»
«Oggi siamo al campetto a giocare, vuoi venire anche tu?»
Lei annuì, e riprese a camminare. Vittoria guardava la sua amica con gli occhi sgranati.
«Che c’è? Non lo hai sentito il prof.?»

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