RACCONTO

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Fratellanza è affetto condiviso che unisce, rispetto spartito con altri che aggrega. #wehaveadream #fratellanza

UMBERTO LISIERO@umbazar

 Fratellanza 3.06

Da settimane rincorro la bella iniziativa #wehaveadream. Poi però non riesco a trovare il tempo necessario per riflettere. Non voglio inventare facili giustificazioni, vorrei solo avere modo di pensare per esprimere qualcosa all’altezza. Perché il progetto fa riferimento al discorso di Martin Luther King, non una persona qualsiasi. Un uomo che ha deciso di fare della resistenza non violenta contro ogni pregiudizio e dell’aiuto agli emarginati il proprio credo, arrivando per questo motivo al sacrificio della vita. Il minimo che potessi fare era quindi quello di considerare la possibilità di esprimermi riguardo al tema della settimana con la dovuta serietà, con il rispetto che si deve a chi, senza alcun timore, ha sempre creduto in ciò che faceva. Missione tutt’altro che facile. Propendo per un metodo “scientifico”. La parola della settimana è fratellanza? Bene. Inizio con il dividerla in sillabe, lettere, in tratti e ancora più in profondità in piccoli puntini di inchiostro nero, non mi fermo, punto diritto all’essenza della parola. Nell’infinitesimale, tra l’aurora boreale delle nuvole di elettroni, vengo rapito da due concetti: affetto, rispetto.
Toccato il fondo, mi inginocchio dandomi una spinta per risalire più in fretta. E a mano a mano che mi avvicino alla normalità delle dimensioni naturali, forse a causa del brusco cambiamento di pressione, coriandoli luminosi balenano nel buio dei miei occhi chiusi mostrandomi due concetti di fluorescente genuinità: unire, aggregare.
Quasi senza più fiato nei polmoni, riemergo dai miei pensieri e di getto, afferro la prima cosa che mi capita tra le mani e imprimo le mie visioni. Le rileggo subito, desideroso di riappropriarmene ancora una volta. Interpretare ciò che ho tentato di scrivere con l’estremità di una molletta su un tovagliolino di carta non è semplice. Una volta trovato il verso corretto, tuttavia, la scrittura cuneiforme mi appare chiarissima: quattro parole, qualcosa elevato alla qualcos’altro di possibili combinazioni, un rebus da risolvere, una cassaforte da aprire in virtù di un’unica sola combinazione esatta. Ci penso un po’ ma ciò che sino a pochi secondi prima mi sembrava scontato ora mi pare una parete 9a da affrontare. Chiedendo l’intercessione di tutti i supereroi del grande schermo, tremante, inizio a lasciare che sia la penna (e non la molletta) a trascinare la mano per comporre le parole. Mentre lentamente qualcosa sul foglio bianco inizia a comporsi, penso con quanta più intensità possibile al concetto di “fratello” e a quale sia, al di là dei vincoli parentali, il suo più intimo significato.
La penna, in maniera molto scaltra, come prima parola non fa che riproporre il concetto stesso dal quale sono partito: fratellanza. Leggendo il risultato di tanto sforzo resto un po’ deluso ma non mi lascio rabbuiare deciso a concedere alla biro ancora un’opportunità. Lo spazio che intercorre tra la prima parola e la seconda mi sembra il deserto del Gobi, immenso, e alle soglie del nuovo carattere sono disidratato e madido di sudore. Ma, ripesando a Martin Luther King e al suo sogno, mi faccio forza e mi convinco a continuare. Facendo pressione, vinco le resistenze della penna che, quasi a mettermi alla prova, mi propone il verbo essere, terza persona singolare, indicativo presente: “è”. Cala il silenzio. Io guardo la mano, la mano guarda la penna, la penna guarda me. Il giro degli sguardi continua per alcuni secondi dopo i quali la mano e la penna si coalizzano e puntano decise il sottoscritto. Ok, ok, so assumermi le mie responsabilità. Fisso le parole che mi sono ripromesso di utilizzare e immagino il gioco dei bicchieri, li vedo muoversi cambiando di posto più e più volte. Passano i minuti, i movimenti si fanno veloci, troppo, perdo la concentrazione. Cedo le palpebre alla gravità e, un secondo dopo il blackout, sogno. Come in un film, vedo un autobus arrivare nella mia direzione. E’ stracolmo di persone e, per questo, viaggia molto lentamente sbuffando. Dal finestrino scorgo due volti che mi sembrano subito familiari: sono quelli di Martin Luther King e di Rosa Parks. Felicemente seduti ai loro posti, sorridendomi sembrano dirmi qualcosa, ma il vetro trattiene il suono delle loro parole. Il rumore di uno sparo mi riporta sulla terra.
Riapro gli occhi, ordino l’attenti alla mano e alla penna e di getto termino la frase senza mai sollevare la punta della biro dal foglio. Ho paura di tornare indietro ma sono conscio di dover affrontare l’inchiostro. Rileggo. E mi emoziono pensando ad un’enorme tavolata alla quale trovano posto tutti i cittadini del mondo vicini gli uni gli altri, così diversi, così uguali, tutti finalmente fratelli.

Fratellanza è affetto condiviso che unisce, rispetto spartito con gli altri che aggrega.

Grazie di cuore Martin.

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