RACCONTO

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Noi. Prima persona plurale alla quale fare posto dentro di Noi. Per accogliere il presente, plurale. #wehaveadream #fratellanza

ELISABETTA GHISELLI@elisabetta_web

 Noi. Fratelli di latte

In una piccola comunità stare al margine del “noi” è scomodo. Soprattutto quando patire assieme diventa il più profondo sentimento condiviso, quando nulla è più somigliante a come ce lo siamo sempre figurati, quando le differenze hanno la stessa cittadinanza delle identità. A seconda di come si sposta l’io, si sposta anche il confine, che più delimita uno spazio stretto, più diventa soffocante. Ma quando nasciamo, gli altri ci sono già. E il “noi” esiste solo se c’è qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Ho impiegato una vita intera a cercare di ricomporre le contraddizioni del mio “noi” andato in frantumi, per capire quali sono le cose che più mi somigliano dentro un soggetto così molteplice e indefinito; in certi casi molto più forte dei legami di sangue. Parentele immaginarie che racchiudono un senso di fratellanza e solidarietà dai lineamenti intensi.

Abitavamo in una delle case popolari costruite dopo la guerra. A differenza delle altre famiglie, io non avevo fratelli o sorelle, non di sangue almeno.
Avevo vicini di pianerottolo, compagni di giochi, amici di scuola. E poi c’era Paolo. Paolo era il fratello di latte. Mia mamma andava a servizio presso la sua famiglia, in una casa signorile del centro. Diceva sempre che, nonostante fosse faticoso e il padrone e la signora Claudia la trattassero con arroganza, le piaceva lavorare lì, perché prendersi cura della bellezza di quel luogo faceva sentir più bella anche lei. Poco dopo la mia nascita anche la signora Claudia partorì, dando alla luce Paolo. Non aveva latte, mingherlina com’era. Così chiesero a mia madre di fare da balia. Sana e di forte costituzione, aveva tutte le caratteristiche per prendere in affidamento il piccolo Paolo e farlo crescere bene. E lei, con la rassegnata generosità e pazienza della gente di campagna, accettò di occuparsi del neonato. Fu da questo incontro che io e Paolo diventammo fratelli di latte, nutriti dall’affetto della stessa donna, madre e balia allo stesso tempo.
Fu come condividere la stessa consapevolezza nei confronti della vita. Forse suggestione? O empatia? O fratellanza. Forse tutte queste cose assieme.
Fatto sta che ci ha sempre uniti un legame speciale, fortificatosi nel tempo nonostante la diversa estrazione sociale. Ci somigliavamo, pur restando ognuno a suo modo. Eravamo partecipi dell’identità dell’altro e solidali nei momenti in cui ce n’era bisogno. Come quando, per contribuire al bilancio famigliare, andavo a fare le consegne per il panettiere e non riuscivo a finire i compiti da portare a scuola il giorno dopo. Paolo allora prendeva il mio quaderno e li faceva lui per me, evitandomi lo spiacevole inconveniente di finire in ginocchio sui ceci dietro la lavagna. O come quando gli ho insegnato a pescare giù al fiume, e ha potuto dimostrare a tutti che, nonostante l’aspetto fragile e timido, aveva la forza e l’astuzia di un uomo fatto.
Poi qualcosa si è frantumato. Il “noi” fatto di momenti, parole, risate, è esploso in tante schegge appuntite, lasciando attorno a sé una zona grigia.
Sono bastate poche parole. “Parto. Mi trasferisco a Bologna. Frequenterò l’Università per diventare medico, come mio padre”.

Prima persona plurale. Insieme di persone, plurali. Identità che marcano discorsi al plurale, per accorciare differenze o per togliersi dalle responsabilità.
Ho impiegato una vita intera a cercare di ricomporre le contraddizioni del mio “noi” andato in frantumi, per capire quali sono le cose che più mi somigliano dentro un soggetto così molteplice e indefinito.

Mi sono iscritto all’Università di Bologna nel 1966, un anno dopo di Paolo.
Ho lavorato duramente per pagarmi gli studi e altrettanto duramente ho studiato per rendere fieri di me i miei genitori. “Abbiamo un solo figlio, noi, ma studia all’Università”.

Paolo l’ho incontrato una mattina di maggio, durante una manifestazione studentesca. Io da un lato della barricata, lui dall’altro, a prestare soccorso come volontario della Croce Rossa. Solo uno sguardo, di pura fratellanza. Ci si riconosce, fra chi si somiglia. E un sorriso, perimetro di un viaggio nella più profonda realtà del nostro “noi”.

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