RACCONTO

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Una metro affollata. Un pronto soccorso. Un ascensore guasto. C'è bisogno di #fratellanza, in alcuni posti più che in altri #wehaveadream

MARIA ERSILIA SALZARULO@PollyGiocancora

 Dopo un temporale, l'arcobaleno

Corri! Corri! Corri! Che forse ce la fai a prendere l'ultima metropolitana!
Un colloquio di lavoro di quelli seri e sbaglio a puntare la sveglia,che idiota!
Facendo lo slalom tra le pozzanghere, ho pure macchiato il tailleur nuovo e rotto l’ombrello.
E per finire, oggi che c’è lo sciopero dei trasporti!
Corri! Che forse ce la fai a prendere l'ultima metropolitana!
Sì! Proprio l'ultima prima dell’inizio dello sciopero! Come ho fatto a sperare di non perderla?! Urla, scene di panico e spintoni, ma ce l’ho fatta. Purtroppo!
Odore di valigette in pelle bagnate e scarpe sporche di fango: nauseante.
Ho soprabito e capelli zuppi, e pochi centimetri di spazio vitale. C’è talmente tanta gente che mi vengono in mente quei camion per il trasporto del bestiame che si vedono di tanto in tanto in autostrada. Gli animali più fortunati riescono a tenere il naso fuori dal vagone, qui nemmeno questo: i finestrini sono bloccati. Meglio non pensarci! Devo distrarmi e sperare che queste sette fermate passino in fretta.
Studenti, uomini in giacca e cravatta, signore con pile di fogli e libri. A quest’ora probabilmente ci sono sempre le stesse facce. Chiacchierano, conoscenti della metropolitana delle otto di mattina. Se il colloquio andrà bene, diventerò anch’io una di loro?
Due signore con la faccia da insegnanti parlano di ricette di torte. Una di loro gesticola, mentre sorride gentilmente ed elenca ingredienti e strumenti per le decorazioni.
Prima fermata andata, ricominciamo a sentirci esseri umani.
Non lontano dalle due c’è un tizio con una brutta faccia. Indossa un impermeabile blu, ha gli occhi scavati e l'aria di chi non mangia da giorni.
Detto tra noi, non gli affiderei nemmeno il mio ombrello rotto. E’ in un angolo, cerca di non farsi notare. Fissa le due signore, ma di certo non per captare le loro ricette. Ho capito! Ha puntato la borsa della signora dal sorriso gentile.
Dovrei avvertirla.
E se poi lo indispettisco?
Aspetterà la prossima fermata per sfilarle la borsa e scappare via, ne sono certa.
Dovrei farle un cenno, capirà.
Ma se mi sbagliassi?
No, che non mi sbaglio: le si sta avvicinando.
Lei continua a chiacchierare, non si è accorta di nulla.
La metropolitana è quasi ferma, è questione di secondi.
Dovrei richiamare la sua attenzione, ha un sorriso gentile.
Dovrei urlare e farlo cacciare via.
Dovrei.
Dovrei.
Dovrei farmi gli affari miei!
Chi me lo fa fare di correre rischi? Quel tizio sarà un avanzo di galera e mi aggredirebbe di sicuro.
Giro la faccia. Meglio così, non si sa mai.
Giro la faccia, così nessuno potrà dirmi che ho visto qualcosa e non ho detto niente.
Sì, giro la faccia. Affari suoi! Dovrebbe prestare attenzione, invece di parlare di ricette.
Siamo fermi. Agirà adesso.
Una voce pacata nel trambusto della metropolitana:
“Signora, ha la borsa aperta. Perderà il suo portafogli o, peggio ancora, glielo ruberanno!”
Mi volto, è stato l’uomo dagli occhi scavati.
Le porte si aprono. E scende.
Nessuno sembra sorpreso, a parte me. Qui si conoscono tutti, ma perché tutti dovrebbero conoscere quel tizio? E’ solo un barbone.
Dei signori in giacca e cravatta dall’altra parte del vagone parlano di lui.
Riesco a percepire che circa un anno fa ha perso il lavoro e si è ammalato di depressione. Ora vive in strada. Se quei signori sono ben informati, pare che un gruppo di pendolari, i conoscenti della metropolitana delle otto di mattina, se ne prenda cura. Pare che gli portino coperte e vestiti e, a turno, un pasto caldo.
Capisco soltanto questo e mi sento un verme.
In molti sono scesi. C’è più aria adesso. Eppure a me inizia a mancare. Mi manca l’aria e non è colpa dello spazio ridotto.
Sono diventata una che giudica senza conoscere?
Oppure il mondo si è capovolto e quel che sembra non è più?
Devo uscire di qui! Al diavolo il colloquio! Mi sento un mostro!
Dal cielo scende una pioggia leggera e continua. E’ una pioggia silenziosa: venendo giù fa poco rumore, solo un triste mormorio appena accennato.
Stremata dal temporale appena placatosi, la pioggia cade stancamente su un terreno già intriso d’acqua e su di me.
Non so dove sto andando, cammino d’istinto. E’ una strada che ho fatto tante volte, ma oggi mi sembra del tutto nuova.
Mi ritrovo seduta in riva al mare. Fisso le onde, gli scogli scampati alla tempesta. Nuvole grigie all'orizzonte. Non piove più e timidi raggi di sole mi scaldano appena la schiena.
Poi eccolo lì, l'arcobaleno. Con le sue sette strisce di colore, pian piano più evidenti.
Da qualche parte ho letto che queste sono le condizioni ideali per un arcobaleno perfetto.
E infatti lo è. Per me lo è. Non è una striscia spezzettata di colori, ma uno di quegli arcobaleni interi.
Come una cupola, solca da una parte all'altra il golfo. Se ne vede distintamente il punto in cui inizia e quello in cui si ricongiunge con la terra.
Un arcobaleno così è un abbraccio colorato che ti rimette in pace col mondo, almeno per un po', almeno per il tempo che dura.
Chiudo gli occhi e provo a respirare profondamente questa pace. Ne ho bisogno.
Non so quanto tempo sono rimasta così, mi ha distolta qualche goccia di pioggia. Non ho più il mio ombrello rotto. Mi muovo di lì e inizio a correre sotto la pioggia, ma ogni tanto mi fermo e alzo lo sguardo al cielo. Non mi sono mai sentita così libera di sporcare un vestito nuovo o di inzupparmi i capelli. Succederebbe comunque, tanto vale che mi diverta!

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