RACCONTO

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Le guerre saranno anche domani e tanti colori di pelle è vero; in segno di pace grazie al cielo la #fratellanza, le mani. #wehaveadream

MARCO AMEDEO @MarcoAmedeo93

 A raccogliere arance per chissà chi

«Fammi vedere le mani» mi dicevano, «fammi vedere se sei buono a lavorare».
Io gliele mostravo, anche se non sapevo che dire. Me ne stavo lì, passando il peso del corpo da una gamba all’altra. Dovevo esserne orgoglioso? Avrei dovuto rifiutarmi? Erano solo mani.
«Questo lo prendiamo».
Nel giro di due giorni ero nei frutteti, a raccogliere arance per chissacchì, a prendere così pochi soldi da non potermi permettere nemmeno delle scarpe come si deve.
Mio padre me l’aveva detto, che l’Italia non era niente di speciale su questa terra, che tanto sarebbe stata una fatica inutile. Non è voluto partire, lui; che non se la sentiva di salire su un barcone e rischiare di morire per niente.
Il giorno dopo che sono arrivato mi hanno telefonato perché era morto per colpa della sua malattia.
E io ora me ne stavo là, dove il sole a mezzogiorno picchia più di un carceriere, a raccogliere arance per chissacchì. Eravamo una piccola comunità, tutti africani, e la sera dovevamo sempre tornare a casa in gruppi di due o tre, mai da soli, perché c’era il pericolo che qualche bastardo venisse a pestarci per qualche motivo. E ci pestavano lo stesso, e ci guardavano dai finestrini delle loro auto sudice e italiane come se fossimo dei mostri, dei mutilati, dei demoni impestati.
Eppure eravamo lì per lavorare. Per salvarci dalla povertà del nostro paese avevamo cercato un posto civile e democratico, libero dalle guerre e dalla miseria; tutti dicevano che l’avremmo potuto trovare lì.
E quindi ce stavamo lì, cogliendo arance per chissacchì. Senza domandare quale signore, quale uomo pieno di ricchezze e desideri di dominio ci comandava, che comprava i nostri servizi senza pagare le tasse al governo e girava gli occhi da un’altra parte quando qualcuno di noi veniva menato.
Un mio amico era persino morto, dopo essere stato tre volte in ospedale. Setto nasale distrutto, sei punti per parte. Le prime due volte glielo avevano ricostruito, ma alla terza lo avevano dovuto tenere lì perché aveva anche una commozione cerebrale. Gli erano arrivati addosso in quattro, uno con una mazza di baseball, chiamandolo «sporco negro». È morto per complicazioni due giorni dopo l’intervento.
E noi ce ne stavamo lì, a raccogliere arance per chissacchì.
Un altro mio amico era stato investito. Così ci eravamo sollevati. La rabbia ci aveva fatto scattare qualcosa da dentro. La manifestazione era venuta su spontaneamente, senza nessuno che ci comandasse o ci dicesse cosa fare.
Ci siamo raccolti in un gran corteo, almeno cento persone, e sabbiamo marciato davanti alla stazione della polizia. Perché loro non ci proteggevano, perché loro non facevano neanche il loro lavoro.
Quella notte la gente si era sporta dai balconi. Eravamo nel cuore del paese, e questi allungavano il collo per vedere che cosa succedeva per strada.
Ci hanno lanciato addosso le lattine. E poi altri oggetti, a volte anche grossi.
«Via i negri da qui» urlavano, «in questo paese non li vogliamo quelli come voi!».
Gli altri come me sono scappati via; i cartoni con i messaggi di protesta non li ha letti nessuno, i nostri diritti non se li è ricordati nessuno. Ci siamo dispersi come formiche perseguitate da un ragazzino, ci siamo rintanati nelle nostre case che cadono a pezzi, per leccarci le ferite.
E quindi ce ne stavamo là, a raccogliere arance per chissacchì e a chinare la testa tutte le volte che non c’era altra scelta.
La seconda manifestazione l’hanno repressa coi manganelli. Ci sono venuti addosso direttamente i poliziotti, insultandoci, sputandoci in faccia, tirandoci calci sulla bocca per farci stare zitti.
E quindi io ero là, perché mio padre non era voluto venire con me a trovare fortuna in Europa, e la sera stessa camminavo verso casa. I coni di luce dei lampioni illuminava a tratti la strada davanti a me. E mi sembrava, tra un’isola gialla e l’altra, di piombare in braccio alla morte. Vedevo i fari di un’auto aprirsi come bocche bianche e voraci, spalancarsi sempre di più davanti a me. Erano enormi. Quando l’auto mi passò di fianco, qualcuno tirò giù il finestrino: «tornatene a casa, schifoso!».
Avevano fermato la macchina. Qualcuno stava scendendo sbattendo la portiera. Io continuavo a camminare, li sentivo dietro di me urlare nella mia direzione.
Dovevo fermarmi. Dovevo fermarmi?
Poi cadevo a terra perché qualcosa mi aveva colpito le gambe. Una mazza da baseball? Vedevo le mani palpare il suolo come se volessero chiedere aiuto, cinque dita allargate su quel cemento indifferente. Le mie mani.
Il dorso lo vedevo nero, perché io ero nero. Poi le giravo, e il palmo era chiaro, con qualche callo e qualche piega in più di quando era arrivato in quel paese.
Scommetto che assomigliavano alle mani strette intorno al manico di quella mazza.

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