RACCONTO

tweet
La #felicità non è uno status, ma uno stile di vita. #wehaveadream

STEFANIA BAIO @laSteBi

 Con la testa fra le nuvole

Era autunno. Uno di quelli che non ti lascia scampo, che anticipava in maniera prepotente l'inverno, mescolando il freddo delle prime gelate con la nebbia che si amalgamava al respiro.
Me n'ero appena andato da casa di Silvia, stringendo l'ennesima sigaretta tra le dita; quell'elaborato piacere cancerogeno che si consuma in un attimo e che, se non getti in tempo, ti scotta le labbra lasciando in bocca per ore un orribile sapore di bruciato.
I pensieri erano un accumulo di ricordi, sorrisi, liti, carne, musica ed altre immagini; come in un dvd che viaggia a 16x.
Ero perso all'interno della mia mente quando le sbattei addosso.
«Mi scusi signorina» dissi porgendole la mano per aiutarla ad alzarsi.
«Laura» rispose afferrando saldamente il mio braccio.
«Come scusi?» Mi aveva colto di sprovvista con quella risposta.
«Mi chiamo Laura, non signorina».
Rimasi fermo immobile, rischiando di cadere mentre lei faceva forza sulla presa per rialzarsi.
«Beh? Vuoi offrirmi qualcosa da bere per scusarti? Lavoro in questo bar.
Secondo me un drink è quello che ti serve. Dentro è pieno di tipi come te e l'intrattenimento non è male» disse strizzando l'occhio.
The Farewell Blues.
Sono passato un infinità di volte per quella strada senza mai notare quel bar.
Laura aprì la porta e mi fece cenno di entrare.
Un bicchiere, quella sera, era quello che mi serviva; forse anche due o tre in modo da non sentire il freddo e dormire tranquillo. Alla fine della storia con Silvia c'avrei pensato domani.
Entrai seguendo quella che era allo stesso tempo una ragazzina e una donna ritrovandomi all'improvviso avvolto nel fumo di sigaretta tra luci al neon rossi e blu.
Gli avventori erano sia uomini sia donne, ognuno perso nel proprio drink o rapito dalla musica della blues-band sul palco.
Laura mi fece cenno di seguirla al bancone, mentre sotto le mie suole sentivo scricchiolare qualcosa. Non badai a cosa stessi calpestando, forse erano patatine cadute o noccioline: non m'interessava.
Il barista era quanto di più classico potessi vedere, pelata compresa; salutò con un cenno Laura e mi squadrò da capo a piedi continuando a mescolare il cocktail che stava preparando.
«Jim fanne due» gli disse.
Non mi riservò nemmeno il diritto di scelta.
«Danno tuo, paghi tu, scelgo io. Benvenuto al The Farewell Blues: il posto ideale per dimenticare e ricominciare». Mi sorrise incantevole.
«Devo darti ragione; l'intrattenimento non è per nulla male. La band è brava».
«Scelti accuratamente da Jim, ma non hai ancora visto la specialità della casa»
Il barista ci portò due bicchierini con un liquore scuro, forse rum.
«Regola numero uno: questo si beve al salto. Alla salute!»
Facemmo tintinnare i bicchieri.
Non so che rum fosse, ma bruciava le budella come l'inferno.
«Regola numero due» continuò la ragazza appoggiandosi il dorso della mano sulle labbra prima di deglutire «il bicchiere si getta a terra e si rompe».
Scagliai con tutta la forza che avevo il bicchiere a terra mandandolo in frantumi. Fu in quel momento che capii: i clienti erano tutti soli e tutti dopo aver vuotato il bicchiere lo gettavano a terra; quello che avevo calpestato prima non erano noccioline, ma vetri.
All'improvviso sentii il cuore alleggerirsi, la mente meno presa dai pensieri e vidi una nuvoletta di fumo uscire dalla mia bocca.
La osservai mescolarsi a quelle degli altri clienti in un coltre densa che saliva verso il soffitto per poi scomparire.
Tutti stavano bevendo un bicchiere dopo l'altro eppure nessuno era ubriaco.
«Regola numero tre: bevi quanto vuoi fino a quando uscirà il fumo»
La guardai spaventato; era un angelo o un demone?
Non fece caso alla mia paura e continuò a parlarmi con un tono rassicurante, quasi materno.
«Regola numero quattro: mettiti comodo e goditi lo spettacolo»
Mi spinse leggermente facendomi sedere sullo sgabello del bancone mentre il barista aveva già preparato un secondo bicchiere.
Laura guardò l'orchestra; un gesto d'intesa automatico, provato milioni di volte che fece cambiare la musica; lei inizio a ballare.
Fummo tutti catturati da quella danza elegante, travolgente, ipnotica e sensuale. Non c'era volgarità in quelle movenze, nemmeno voglia di mettersi in mostra, solo il potere di annullare i pensieri che ci abbandonavano, sotto forma di fumo, drink dopo drink.
Quando Laura finì ero l'unico cliente rimasto.
Scolai l'ennesimo shot e, questa volta, non uscì nessuna nuvoletta.
«È ora di andare a casa uomo» disse Jim.
«Non siete da clienti fissi vero?»
«Dipende» intervenne Laura. «Qualcuno torna qui abbastanza spesso».
«Forse meglio dire che lo fai tornare».
«Preferirei non tornasse nessuno. Mai. Qui è l'inizio. Può essere uno o infinito; è quello che segue la fine; è quello che fai ogni volta che cadi e ti rialzi. La scelta di un percorso, una vita, un sogno».
Feci un cenno con il capo e li salutai.
Uscito dalla porta notai come il freddo fosse meno pungente e la mia testa meno pesante. Non avevo idea di quanto stetti in quel bar, ma non m'importava; la realtà era che avevo la testa sgombra dal pensiero di Silvia.
Il giorno dopo provai a ripassare per quella strada, ma del bar nessuna traccia.
Nei giorni a seguire incontrai alcuni vecchi amici ai quali rispondevo sempre alla stessa maniera quando iniziavano con:
«So cosa ti è successo, ma ti vedo bene»
«Sì, merito di Laura»
«Laura? Una nuova fiamma?»
«No, Laura balla sui vetri rotti in quel bar»

iovivoconnesso a #wehaveadream su telecomitalia.com