RACCONTO

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Ho raccolto troppa uva per non credere nel vino. #wehaveadream #fede

ANDREA FIAMMA@failflame

 Fontanafredda

Fontanafredda è piccolo e minuto ma sapeva di buono. Gli ci volle un po’ per capire il motivo dello stomaco rovesciato e delle fitte allo sterno. Il soffitto era ancora lì, una mano sul pettorale carnoso, l’altra sulle lenzuola comprate durante il viaggio di nozze, in un bazar dove offrivano vinacci e pasticcini scadenti. Frequenza a riposo regolare, respiro eupnoico, il letto sfatto per metà. Tanta era stata la fatica per addormentarsi, dopo il rituale, una combinazione di battiti, preghiere o frasi da pronunciare in sequenza. Alzava il capo, controllava che non ci fossero suoni, batteva le dita sulla tastiera del letto, schioccava la lingua; se non ci riusciva al primo colpo - perché magari era andato fuori tempo o la lingua era scivolata sul palato - doveva arrivare a quattro e se lo superava era obbligato a raggiungere il nove o un pari. Mai il sei o un suo multiplo, eccezione fatta ai numeri che erano anche multipli di tre, quelli erano consentiti, anche se lo facevano sentire incompleto per il resto della giornata. Aveva fede che servisse a sistemare le cose, renderle giuste come le vuole lui. Ma certe sere, raggiunta una certa quantità di ripetizioni e pillole, avrebbe voluto ficcarsi il cuscino in bocca e soffocare.
Cercò di stare immobile su un fianco; se avesse inspirato con forza avrebbe sentito la maglietta incollarsi all’arco della schiena. Si sentiva decrepito, come fosse stato lasciato a invecchiare troppo. Sul comodino, Fontanafredda lo auscultava silenzioso, con l’etichetta ritraente un melograno spaccato in due.
In principio erano le scarpe di gomma, ben piantate a terra, i lacci avviluppati al collo del piede come radici, le fibre dei polpacci che guizzavano lungo le ossa, gli acini aggrappati al raspo. Le giovani braccia indurite dal lavoro, i tralci incurvati dal peso del frutto zuccherino. Il sole che picchiare sotto il capello di vimini sbalzato, fu lui a rendergli la pelle nera e coriacea come la scorza del cuoio. Tempo da uva, diceva il nonno: non dura molto e non bisogna stare tanto a chiedersi quando le nuvole arriveranno, quanto ci sarà la luce, come accade e se torna. Devi fidarti e andare.
Succedeva contro il suo volere, contro quello di chiunque altro. All’inizio credette che avrebbe avuto bisogno di vedere il vino, per potersi dire soddisfatto, ma realizzò che per credere avrebbe soltanto dovuto continuare a raccogliere grappoli e avrebbe sentito il fluire dei lieviti, le bollicine, sferiche e perfette, particelle quantistiche che sono salite e salgono sulla bottiglia, in movimento perenne e continuo. Anche se ora non c’erano, aveva fede. E l’uva era dolce, ma non c’era solo quello. C’era la chimica, che lui non capiva, c’era l’amore che lui non capiva. C’era lei, che lui non capiva, ma si fidava. Lei, con i capelli lunghi, screziati di rame, gli occhi azzurro sporco, come due grossi acini di cabernet-sauvignon, la voce che lo guidava tra i corridoi del vigneto, dei tribunali sacri e profani. I polsi fini e i denti. Le piaceva la conversazione più di quanto volesse ammettere.
La luce emaciata dell’alba gli rabboccò negli occhi e la testa iniziò a frizzare. Lasciò decantare i pensieri finché il cervello non si ossigenò del tutto. Aprì gli infissi, una vetrata a nastro circondava la stanza come un cappio. Se ne stava dritto, i piedi nudi sui lastroni di rovere ossidato, a respirare l’aria del mattino. In cima al comodino le carte sulle quali aveva approntato il timbro circolare del bicchiere. Dalla finestra poteva vedere il giardino estendersi tanto da far diventare il cielo l’unica cosa esentasse del panorama. Due filari di pioppi mostravano la via verso casa, una botte di calcestruzzo armato nel quale potevano farvi breccia soltanto Anna, il giovedì sera, e i giardinieri, ogniqualvolta avessero un conto da saldare.
Guardava la rimessa, piena di macchine mai guidate, la cantina, svuotata d’ogni memoria, e il campo da tennis - doveva averci battuto un solo match point. Per una strana ragione, l’alcool o l’insonnia, credeva che avrebbe avuto tempo per giocarci con Anna, che sarebbe bastato, in fin dei conti.
Ora ha raccolto parecchi grappoli. Li mise nella cesta per portarli via, si asciugò la fronte con il dorso della mano e guardò il cielo. Tempo da uva.

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