RACCONTO

tweet
Non è il futuro ma il quotidiano, è il futuro nel quotidiano, è il passato nel presente; concreto e non trascendente. #wehaveadream #fede

MICHELE CONCHEDDA@MicheleConchedd

 Il naufragio

Saluti a voi signori, i miei omaggi alle dame e un bacio ai bambini; prego lettori, ascoltate la mia storia.
È la storia di un naufragio, una storia d’avventura come quelle dei pirati, una storia di passione come quelle dei romanzi, uno spettacolo da film americano.
Era una notte buia anche se non tempestosa e gli orologi segnavano le cinque; era il momento della peripezia, l’ora della rovina.
Partimmo dalla Libia, partimmo da Misurata, partimmo in cinquecento; partimmo con la speranza e con in testa il miraggio dell’Europa. Stretti e schiacciati affrontammo il viaggio, le ossa frantumate e le schiene spezzate, gli occhi vitrei dei volti sconosciuti, il coraggio delle donne, il pianto dei bambini. La puzza d’urina e le feci dei neonati, l’odore marino e i vapori del gasolio; il vento tagliente e il freddo pungente, le vesti bagnate e l’umidità nella carne; l’umiliazione e la dignità calpestata.
Fu faticoso ma eravamo arrivati, a mezzo miglio ci guardava, ammiccante, l’Isola dei Conigli. Una luce ridente spezzò l’oscurità: “Siamo arrivati, siamo arrivati! Veniteci a prendere, siamo arrivati!”. Fu il fuoco che accendemmo, il fuoco di segnalazione, fu un attimo: scintille nel buio e il ponte si incendiò.
Sentivo le urla, sentivo gli strilli, sentivo la disperazione e sentivo la rabbia, mi buttai in acqua e il barcone si rovesciò.
Scusate signori, non mi sono ancora presentato: il mio nome è Yared, i miei capelli sono corti bruni e ricciolini, la mia pelle è scura, porto il pizzetto e sono Eritreo. Non importa la città e non importa cosa facevo, io sono solo qualche dettaglio, generico e insignificante, nel pozzo dell’anonimato, io sono solo parole, parole che si disperdono al vento. Vidi la gente affogare, vidi polmoni riempirsi d’acqua fin quasi a scoppiare, ascoltai le urla ostinate dei condannati a morte incastrati nella stiva. Giovane forte e resistente, tentai di aiutare le donne, tentai di aiutare i bambini, li spinsi verso il relitto capovolto ma quello affondò. Vidi uomini cercare l’ossigeno e trovare l’acqua marina, il gusto salato che ti brucia la gola, vidi palmi aperti a cercare un aiuto affondare per non riemergere più.
Vidi la morte e conobbi la vita, la strenua lotta di chi non vuol morire, ne ascoltai i gemiti e conobbi il dolore, osservai la catastrofe e vidi il massacro di massa, troppo grande per essere spiegato. Vidi tutto ciò ma nuotai lo stesso, nuotai con forza, nuotai con fede.
Nuotai per la madre che avevo lasciato, per lei che viveva del mio futuro, per il suo volto vecchio e scavato, per le sue mani tremanti e la sua ferma tenacia. Nuotai per mio padre, per il sudore e le lacrime che aveva versato, per il bacio che mi aveva dato; nuotai per le mie sorelle e per i volti che avevo lasciato, per i vecchi odori che già in quel momento mi venivano a trovare, nuotai per la mia casa e nuotai per il mio letto cigolante e ormai lontano.
Nuotai sopra i morti, calpestai i cadaveri, e lo feci per mio fratello che mi aspettava in Germania, lo feci per il motivo per cui ero partito, per ciò che avevo immaginato, lo feci per l’orizzonte che mi fu mostrato e lo feci perché ancora ci credevo.
Nuotai con rabbia e nuotai con odio, sferrando colpi e pugni alle nere acque, nuotai con le unghie quasi a voler squartare il ventre del mare, il vorace Mediterraneo che tanti volti ha ingoiato. Nuotai per quello ero stato, per quello che ero e per quello che sarei diventato, nuotai per il bambino, il giovane e il vecchio, per il mio passato e per il mio futuro.
Nuotavo, e mentre nuotavo pensavo al lattante (Quanti mesi aveva? Non lo so), pensavo che era annegato, senza futuro e senza passato.
Pensavo alla giovane dai capelli ondulati, dal corpo atletico e dai fianchi delicati, pensai che era bella, pensai che era morta.
E mentre pensavo rammentai, i tre pescherecci che non si fermarono; accadde prima, durante la traversata: non ci aiutarono! Ma proprio in quel momento un natante ci notò, poi la guardia costiera e altri pescherecci mossi a pietà.
Toccai il suolo, non ci credevo, era la frontiera d’Europa, era Lampedusa. Ma non piansi per il dolore e nemmeno per la gioia, non caddi in ginocchio e non alzai le braccia al cielo; non provai tristezza, non provai nulla.
Ora me ne sto qua, passeggio sul molo Favarolo e conto i morti, conto i sacchi di plastica, verdi e blu, che contengono i corpi. Sento continuo il rumore delle cerniere tirate su, altri cadaveri arrivano, vedo frammenti di volti, lampi di carne, vedo le mani, vedo le palpebre ma di nessuno il colore degli occhi.
Fra poco arriverà mio fratello, arriverà dalla Germania, arriverà per abbracciarmi. “Ho nuotato”, gli dirò, “ma non ricordo più il perché”.

iovivoconnesso a #wehaveadream su telecomitalia.com