RACCONTO

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Spalle al passato, sguardo al futuro, fede nel presente. STARE nel momento è un atto di fede. #wehaveadream #fede

FLAVIA PATERA@flapatty

 La fede

Ed eravamo lì davanti al camino, in silenzio. Entrambi guardavamo il fuoco, entrambi assorti nei propri pensieri. Si poteva quasi sentire tutto quel silenzio assordante. In sottofondo, quasi come una musica scelta a caso, si alternavano i piccoli rumori provenienti dalla casa. La goccia del rubinetto della cucina. Quante volte avevo pensato di chiamare qualcuno, tutte le volte che quel rumore costante mi entrava nel cervello, ma poi, un po’ per pigrizia, un po’ perché avevo fede che quella goccia prima o poi avrebbe smesso da sola, rimandavo sempre. Ma in quel momento, quel rumore era quasi piacevole. Lo spiffero sotto la porta di ingresso che faceva muovere la tenda del salone. Il tic tac dell’orologio a pendolo, regalo di mio nonno.
Quell’oggetto lo avevo sempre amato moltissimo, fin da quando da piccola andavo la domenica dai nonni e lui mi metteva sulle sue ginocchia e mi diceva: “Vieni, piccola che ti racconto della mia fede e del mio tempo”. E quando mi sono sposata, mio nonno me l’ha regalato. Ero immensamente felice, così tanto da essermi messa a piangere, quasi a singhiozzare e nemmeno l’abbraccio del nonno mi aveva fatto smettere. La sua “fede” era finalmente con me. Ed io, da quel momento, potevo sentirla e vederla ogni giorno. E poi i rumori di Stein, il mio gattino. Era sul cuscinone accanto al divano e si stava leccando. Quando l’avevo visto in giardino due anni, prima aveva una zampina spezzata e mi aveva fatto tanta tenerezza. Nessuno gli dava speranza di vita, ma io avevo fede in lui, sapevo ce l’avrebbe fatta. Mi ero detta che l’avrei tenuto per un po’, poi una volta guarito, l’avrei consegnato alla mia amica Ilaria che aveva una passione immensa per i gatti, e ne aveva già tre. Stein invece, non l’avevo più fatto andar via. Nonostante i gatti, come dicono tutti, non sono molto affettuosi, lui era attaccatissimo a me. Era diventato la mia compagnia insostituibile. Una presenza fissa come quelle che piacciono a me: discrete ma sicure, indipendenti ma tanto vicine, libere ma fedeli. Di quelle presenze che tu sai che ci sono e il solo saperlo ti riempie il cuore. E poi, appena mi giravo a cercarlo con gli occhi, Stein lo sentiva e si faceva vedere, quasi a dire: “Tranquilla, io sono qua”.
E la fiducia nella sua presenza mi riempiva di tranquillità.
Noi, invece adesso eravamo lì, vicini ma così lontani, davanti al nostro bivio, in bilico su quello che dovevamo tenere e su quello che dovevamo lasciar andare.
Insieme ma con dolore, separati e ancora peggio. Un incubo di dolore che non andava via, la fede nel momento era il nostro unico punto di contatto. Poco? Molto? Chissà.
Andar via per un domani migliore? Forse. Restare e affrontare altro dolore?
Forse. Nessuno di noi aveva una risposta. Fare un atto di fede?
In base a cosa? A quanto ci siamo detti e fatto e passato e comunicato e frainteso oppure fare un atto di fede per aver provato dolore, mancanza, abbandono, felicità, presenza, speranza, amore, odio, distanza, sogni, valori, illusioni, magia, libri, musica, anima, paradiso e inferno. O fare un atto di fede per aver chiesto e dato e cercato e trovato intimità, condivisione, sorrisi, sguardi, abbracci, mani che si uniscono e toccano e cercano e mani che si dividono andando lontano, ognuno per la sua, e ferite, e cicatrici e di nuovo ferite e di nuovo cicatrici. E il sangue sembra non smettere mai di scorrere. Io andrei via subito, senza pensarci perché lo STARE fa troppo male. Ad andare forse c’è la speranza di qualcosa di buono, di qualcosa di migliore che rende meno amaro l’orizzonte senza di te. Ma ad andar via sono bravi tutti. Andar via è coraggio? Lo pensavo.
Andar via adesso è da vigliacca, almeno per me, almeno in questo momento.
Stare è fede, stare soprattutto nel dolore è fede nel presente. Che tutto è esattamente come deve essere. E che tutto ha un senso, che c’è un disegno superiore che ha già tracciato la mia linea e io devo passare su quella linea.
Sento le parole del nonno: “Tesoro, STAI, anche quando senti che il dolore è immenso e insopportabile e sembra non darti tregua. Stai, perché solo attraversando il dolore, ne uscirai più consapevole di te stessa, più centrata, più sana, saprai se quello che è, è quello che ti renderà felice. Stai e vivi. Tutto ha un senso. Abbi fede.”
Mi giro, si gira, ci guardiamo. Gli occhi di pianto, davanti a noi il dubbio, in mezzo solo la fede del momento. Ci alziamo, accendiamo la tv, la casa e tutt’intorno ricomincia a vivere.

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