RACCONTO

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A cena da mio padre e leggo una fede senza crepe nel suo segno della croce, fugace, prima di iniziare... #fede #wehaveadream

DOMENICO PALOMBO@palodome

 fede

Due giorni durati un'eternità, è sempre così quando fai tante cose. un weekend non è troppo poco, ho sempre pensato che la durata giusta per una vacanza è due o tre o quattro giorni. il resto è superfluo. puoi rimanere anche un mese in un posto, ma ti ricorderai delle cose fatte in due o tre giorni. una roma di sole pieno, e caldo. lurida e lussureggiante. colorata di vomito di avvinazzati e top di turiste americane. gli amici del mio periodo romano, le migliori mai conosciute. nel senso che è difficile trovare altri che mi facciano sentire meglio. non so spiegarmi perchè, forse per la magia del primo lavoro, l'onnipotenza procurata dall'aver messo gli studi alle spalle. o solo fortuna. o la sensazione che la città pulsi col tuo stesso ritmo, e che hai voglia proprio di quello, del caldo afoso che ti appiccica i capelli e del puzzo di birra del bar all'angolo. o del colpo di cannone di una tela rinascimentale, all'improvviso. andiamo lì? c'è un caravaggio gratis.... e dei vizi, della folla che non finisce mai, ondata senza fine che non avrà ritirate, avida e asfissiante. un salto al mio vecchio negozio di camicie, il locale preferito che ha traslocato ed ora è maledettamente visibile, lì ad un passo da... ritornerai qui ora? ritornernai a roma? e io che sorrido. non lo so dico, ma penso di no. poi sono andato a trovarla. è stato uno dei motivi del viaggio, non quello principale ma uno dei motivi. camminare e parlare, fingere e indagare. non ero io quello che fingeva. ma non voglio scrivere di questo. volevo confessare di più ma improvvisamente non ne ho più voglia. sto sorridendo. è la persona più simile a me che io abbia mai incontrato. ed è una donna. questa cosa mi ha spiazzato fin dall'inizio, cioè fin da quando l'ho conosciuta un pò. la voglia di incontrarla al lavoro ma soprattutto alla fermata dell'autobus. l'incontro fortuito quella sera a pochi passi da piazza esedra. quasi una scena da film. non so se all'epoca ero innamorato di lei, probabilmente si. ma in un modo completamente nuovo, mai vissuto nè prima nè dopo. voglia di stare con lei e basta. nessun pensiero da maschietto, diciamo. ci salutiamo per quello che siamo, amici ed è a quel punto che io ricevo la telefonata. Mio padre. devi scendere, dice, zia non c'è più. Scendere vuol dire tornare a casa, che sarà sempre la mia casa, anche se ora faccio di tutto per crearmente una nuova. Ancora un treno, per tutta la vita prenderò treni? Giù è caldo, come sempre, l'aria pesante e le teste piegate della gente. profumo acre di garofani, scricchiolanti sotto i passi del corteo. mani che si giungono, mani che pregano. io non riesco a piangere, sono anni che non ci riesco. qualcuno mi riconosce, io saluto con lo sguardo. sono ancora giorni di festa, ed era stata mia madre stavolta a chiedermelo, ma non vieni per la Madonna? ma io non dovevo essere qui, era il mio weekend di ricompensa, il mio ritorno al benessere. sento uno sguardo piantato come un chiodo, no! anche lei. siamo stati insieme a diciott'anni e per poco. ma non c'entra nulla ora, perchè tutti mi chiedono di tornare ad una mia vita precedente? a casa arriviamo all'ora di cena e finalmente ho fame. sto per iniziare, ma un ricordo mi blocca e mi volto sulla destra. mio padre. un fugace segno di croce, seguito da mia madre. questa, la loro serenità, non la troverò in nessuna città del mondo. ecco quello che a me mancherà sempre.

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