RACCONTO

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#wehaveadream #fede Credo nel mattino e nelle sue eresie appena accennate. E in te, senza eccezioni, né speranze di redenzione.

GIUSEPPE MAURO@giuseppemauro1

 Un mattino alla rovescia

Quella mattina, senza avvertire nessuno, il sole si levò a occidente.
Non tutti se ne accorsero, specie quelli dell’alba. Pieni di sonno, molti non fecero caso all’eresia di un sole spuntato alla rovescia, camminando tra ombre capovolte e colori straniti. Altri lo notarono, ma neanche si domandarono perché. Guardarono il disco impregnato di un giallo appena sfornato pensando - bé, ma non è al suo posto – prima di alzare le spalle concludendo che in fondo l’importante era che ci fosse.
Via via che passavano le ore, il polverone si alzò. A dispetto dei catastrofisti che levarono alte le loro grida, non ci fu però nessun Armageddon. Per qualche strano motivo, che gli scienziati non riuscirono a capire perdendosi in un mare di ipotesi strampalate, per un giorno la Terra girò alla rovescia, per riprendere il giusto verso il giorno dopo. Un po’ di casini in un certi pezzi di mondo, un giorno allungato da una parte, una notte strascinata dall’altra e un’aggiustatina ai calendari: questo è tutto il fastidio che ne derivò. Il mondo aveva voglia di girare altrove, per un giorno soltanto: e così fece.
Con tranquilla indifferenza.
Io ricordo bene quel giorno, il 19 ottobre dell’anno 2011. Già, come potrei dimenticarlo? Mi alzai rovesciato insieme al sole, con una baldanza che mi sconquassava i pensieri. Io, cresciuto sulle radici di una timidezza scolpita dentro milioni di sogni impossibili, credetemi: mi sentivo un leone. Potevo fare tutto, quella mattina. Credevo nelle mie parole, nei capelli e negli occhi; convintamente. Quando seppi del sole, immaginai ci fosse una specie di destino in quello scherzo astronomico. Un’occasione per quelli come me di ribaltare un’esistenza. Avevo poco tempo, ma mi bastava. Avrei rovesciato la mia vita come un guanto e il giorno dopo, se stelle e pianeti fossero tornati al loro posto, io sarei rimasto saldamente in quello nuovo.
Insomma, in quel mattino capovolto, io avevo fede. In me. Per la prima volta nella mia vita. Avevo un paio di questioni da sistemare ed era quello il momento. Adesso o mai più – mi dissi.
E allora, di buon’ora, mi fiondai in ufficio. Come facevo ormai da tre anni, salii a piedi le scale che conducevano allo studio dell’avvocato Vincenzo Caronte. Il grand’uomo, dall’alto dei suoi trent'anni di esercizio della professione, si atteggiava a luminare della scienza forense, dispensando ordini e consigli con solenne parsimonia. Se avesse potuto, si sarebbe fatto pagare ogni avverbio e ciascun sostantivo che ci rivolgeva.
Eravamo in sei, lassù. Ragazzi usciti pochi anni prima dall’Università, con discreti risultati (nel mio caso brillanti) e grandi speranze. Fare pratica – ovvero lavorare gratis – presso lo studio dell’avvocato Caronte ci era sembrato una specie di miraggio. L’anticamera di avventure giudiziarie modello John Grisham, per intenderci.
Invece, stavamo lì tutti più o meno da tre anni. Il nostro ruolo? Compilare memorie sotto dettatura, filtrare le telefonate per il luminare, correre per i corridoi del tribunale con borse ricolme di scartoffie e una media di mezz’ora di ritardo a ogni udienza. Una pacchia: potevamo mai pensare che l’avvocato Caronte addirittura ci pagasse per le nostre meschine attività da fotocopiatori e controfigure da udienza?
Quella mattina – Caronte non lo sapeva – io però ero un leone.
Entrai nella stanza senza bussare, chiudendomi piano la porta alle spalle. Lui mi guardò, io non abbassai lo sguardo e cominciai a parlare. Rimasi dentro un’ora intera.
Vi risparmio parole e musica, sembrerebbe un esercizio di autocompiacimento. Seppure legittimo, potete crederci. Vi basti sapere che da quella stanza uscii con la certezza di un contributo mensile fisso e una sorta di piano carriera legato ai risultati che mi avrebbe portato, nel giro di un paio d’anni, a diventare socio dello studio. Ero il migliore, lui lo sapeva e si adeguò.
E adesso in Tribunale, da Milena. O meglio, dall’avvocato Milena Soriano, occhi verdi perennemente tenuti bassi, parole come gocce di pioggia dentro una voce ipnotica, che durante le udienze bastava da sola a convincere qualsiasi giudice. Ero innamorato di Milena da due anni e, ovviamente, il coraggio di dirglielo mi era sempre mancato. Ogni giorno, tra i corridoi del Tribunale e un caffè rubato al bar del sesto piano, tentavo di trasmetterle con lo sguardo un sentimento, una confessione. Ma i suoi occhi scappavano meglio di qualsiasi ladro e l’impresa si presentava disperata.
Nei corridoi del Tribunale si inseguivano commenti preoccupati sulle stranezze del sole. Li evitai abilmente, scivolando veloce sui marmi scuriti dal tempo. Milena a quell’ora prendeva il caffè al bar, da sola: la trovai lì, persa nella solita confusione di giacche e cravatte saettanti. Senza fermarmi, la raggiunsi e la baciai; lei sembrava non aspettare altro.
Non le dissi molto, in fondo c’era poco da spiegare. Ogni cosa stava nei due anni passati e in quella mattina che ci rifletteva tutti come in uno specchio, capovolgendo vite e prospettive. Stavo, finalmente, con Milena; ed era quello il mio posto.
Il giorno dopo, il sole tornò in silenzio a sollevarsi da oriente. Come in un gioco di mutamenti, la luce e le ombre cambiarono, ma io no. Quel mattino in apparenza sacrilego aveva avuto invece un che di sacro. Se la Terra poteva girare al contrario, tutto era possibile. Bastava crederci.
E io l'avevo fatto.

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