Intervista a Giuseppe Recchi, La Stampa - sabato 21 gennaio 2017

21/01/2017 - 09:00

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"L'Italia non è sotto scacco Quel che conta è la crescita"

Recchi: "I francesi? Telecom dimostra che la qualità vale"

Intervista MARCO ZATTERIN INVIATO A DAVOS

La qualità del sistema e non il suo passaporto. Nel fragore del circo globale allestito a Davos dal World Economic Forum, Giuseppe Recchi assicura che la sfida che attende il mondo delle Tlc, e non solo, è quella della crescita sostenibile.

E' un problema europeo, ma anche italiano, visto che da noi «fare impresa è un mestiere da eroi». Se gli stranieri varcano le Alpi, argomenta il presidente di Telecom Italia, è perché ci sono le occasioni e lo spazio per farlo. Detto questo, non vede un'offensiva di conquista mirata al Bel Paese che, comunque, offre condizioni di produzione eccezionali» e grandi opportunità per tutti.

Al cambiare dei paradigmi saranno caratteristiche cruciali. Recchi comincia dalla notizia del giorno. The Donald. «C'è grande interesse e un po' di paura per la vittoria di Trump - concede -. Tuttavia è necessario evitare i pregiudizi ideologici: Trump ha vinto le elezioni, piaccia o no, è un presidente legittimo. E' preoccupante la deriva di certa parte dell'establishment americano, che sembra voler rifiutarsi di aver a che fare con lui. Assomiglia un po' alla vecchia strategia degli anti-berlusconiani italiani: la demonizzazione del- Da noi esistono opportunità: quando gli italiani non le colgono, c'è spazio per gli altri l'avversario. Non fa bene alla democrazia e alla lunga si rivela controproducente».

 

Trump ha delle debolezze?
«La sfida di Trump è la politica commerciale. Gli Stati Uniti sono da cinquant'anni il campione della progressiva apertura delle economie. Trump ha advisor tendenzialmente protezionisti, ma non tutti. L'Europa è colpa del proprio male: sono stati i protezionismi incrociati dei Ventotto a far deragliare l'accordo transatlantico, non Trump».

La quarta rivoluzione industriale cambia anche il comparto Tic. C'è chi vede un ritorno del pubblico nell'economia e chi scommette sulle alleanze. Lei?
«Credo sia scontato che, per rispetto al denaro del contribuente, lo Stato non si avventuri in settori nei quali il ritorno sull'investimento è incerto. Il nostro settore oggi è stretto fra l'incudine della net neutrality e il martello dei nuovi protagonisti Ott. Imprese come Telecom Italia, ma potremmo dire Telefonica o ATeT, devono trovare una strada nuova per una crescita economica sostenibile, una via che consenta loro di mantenersi al centro dell'economia dell'innovazione».

Quale?
«Questa strada sembra passare per la convergenza e la fusione ATeT - Time Warner è l'esempio più macroscopico. Ma la convergenza ha bisogno di intuizione imprenditorialità, di creatività, di aziende che si as- L'Europa è colpa del proprio male: deve abbandonare i suoi protezionismi incrociati Giuseppe Recchi Presidente di Telecom Italia sumono rischi anche importanti e significativi. Tutte cose che lo Stato non sembra saper fare molto bene, e che non ha molto senso provare a fare utilizzando risorse pubbliche».

Telefonia mobile, tre operatori. Opportunità o rischio?
«E' uno status quo. Oggi le aziende competono per la qualità di rete e consumo. E' una regola aurea, ed essendo Telecom regolata, non ci sono asimmetrie competitive. L'Agcom ci ha dato ragione su come è strutturato il nostro sistema di rete. Vuol dire che l'Italia funziona. Peraltro coi listini più bassi d'Europa».

Quando le chiedono di Vivendi e Mediaset, lei dice: "Noi siamo spettatori". Viene inevitabile domandarle: le piace il film?
«Il film non è ancora cominciato. Tutto il mondo delle comunicazioni insegue una qualità dei contenuti quanto più diversificata. Vale l'esempio delle società Usa. Sono diventate leader mondiali senza che vi fosse una risposta europea».

 Telecom potrebbe essere una delle leve di una Netflix europea?
«Telecom è già un distributore di contenuti. Punta a diversificare. Abbiamo intese con gruppi quali Sky o Netflix e abbiamo deciso di entrare nella coproduzione».

 Dopo l'operazione Mediaset e Pioneer, c'è chi ha visto un'offensiva francese per conquistare l'Italia. Vero o falso?
«La realtà è che l'Italia ha cercato di difendere le aziende nazionali applicando storicamente un metodo sbagliato. L'italianita non è un necessariamente un valore in sé. Quello che conta è la capacità del sistema economico di essere nel complesso attrattivo. In questo modo, qualunque sia il passaporto dei capitali, ci sarà sempre interesse a sviluppare le aziende in un mercato di 60 milioni di persone che offre condizioni di produzione eccezionali».

 Loro vogliono invaderci?
«Non mi pare di vedere carri armati al confine. E neanche una strategia di sistema francese. Da noi esistono opportunità che nascono da imprese che hanno potenzialità. Quando gli italiani non le colgono, c'è spazio per gli altri».

Come mai i nostri non sono sulla palla?
«Negli ultimi trent'anni si è fatto di tutto per scoraggiare gli imprenditori. Dal punto di vista del business quotidiano, con burocrazia e impedimenti. E da quello della percezione, perché creare ricchezza in questo Paese è quasi diventata una colpa. Il risultato è che sono molti italiani i primi a volersene andare».