IoT Sfide e opportunità

 

Ad ogni livello della vita economica e sociale, la rivoluzione digitale sta riscrivendo il modo con cui le aziende interagiscono coi loro clienti, aprendo modelli di business sempre più distanti da quelli tradizionali, ed incentrati sulla servitizzazione (da prodotto a servizio) e sulla valorizzazione del patrimonio informativo.
Alla base di questo profondo cambiamento vi è un coacervo di tecnologie digitali, giunte a maturazione negli anni recenti e tutte caratterizzate dalla capacità di ridurre la distanza tra mondo fisico e mondo digitale; prima tra esse, l’Internet of Things, definita dalla compresenza di oggetti intelligenti (aventi capacità di identificazione e connessione, localizzazione, diagnosi stato, interazione con l’ambiente circostante, elaborazione dati) e da reti intelligenti (caratterizzate da utilizzo di standard tecnologici aperti, raggiungibilità diretta degli oggetti e multifunzionalità).
Nel 2015 il mercato Internet of Things (IoT) in Italia è arrivato a toccare i 2 miliardi di euro, con una crescita del 30% rispetto al 2014, spinta in modo equilibrato sia da applicazioni più consolidate, che sfruttano la “tradizionale” connettività cellulare (1,47 miliardi di euro, +28% rispetto al 2014), sia da applicazioni che utilizzano altre tecnologie di comunicazione, come ad esempio Wireless M-Bus e Bluetooth Low Energy (530 milioni di euro, +33% rispetto al 2014). Questi numeri, soprattutto se confrontati con il +1,1% fatto registrare nello stesso anno dal mercato ICT italiano nel suo complesso, denotano una crescita che ha già caratteristiche “esplosive”. Il cambio di passo dell’IoT in Italia non è tuttavia racchiuso solo nei numeri (positivi) del mercato: il fatto ancor più importante è che nel 2015 si sono consolidate le basi per lo sviluppo nei prossimi mesi, su tutti i fronti: città, consumatori e imprese. Dall’installazione di nuove reti di comunicazione dedicate all’IoT nelle prime città italiane, all’evoluzione dell’offerta in ambito Smart Home, integrata sempre più spesso nell’ambito di servizi assicurativi e pronta a sbarcare anche nelle catene della grande distribuzione, fino al fenomeno più ampio della digitalizzazione dei processi delle aziende industriali e manifatture, che va sotto il nome di Industria 4.0.
Man mano che si consolida la diffusione di soluzioni IoT, l’enfasi si sposta dalle tecnologie che rendono possibile lo smart connected object, all’impatto che esso ha sul modello di business delle aziende: in tal senso le due direzioni più importanti sono il tema della valorizzazione dei dati e la servitizzazione (ovvero l’affermarsi di modelli di fruizione pay per use, che spostano l’enfasi dalla proprietà all’uso dell’oggetto).
Provando ad approfondire la prima direzione, si evidenziano diverse modalità con cui ricavare valore dai dati resi disponibili dagli oggetti connessi. I dati raccolti possono essere sfruttati, in primis, nei processi interni all’azienda, riducendo i costi e/o migliorando l’efficacia nei confronti dei clienti, grazie alla migliore comprensione delle loro caratteristiche ed esigenze (valorizzazione interna). Gli esempi in questo senso sono innumerevoli: dai contenitori riutilizzabili dotati di tag RFId (Radio Frequency Identification) per ridurre i costi dei controlli nei processi di noleggio, ai lampioni intelligenti per ottimizzare i consumi energetici e la manutenzione, fino ai kit  in ambito Smart Home che consentono alle assicurazioni di migliorare la propria competitività grazie all’offerta di nuovi servizi (ad esempio l’assistenza 24 ore su 24 con l’invio di un tecnico in caso di necessità) e alla riduzione dei costi delle polizze (resa possibile ad esempio dalla diminuzione del numero di frodi e dalla minore entità dei danni, grazie alla loro tempestiva individuazione). I medesimi dati possono, però, generare valore anche all’esterno dei confini aziendali: la loro vendita a terzi (valorizzazione esterna) apre nuove opportunità di business. Ad esempio, in ambito Smart Car i dati sui parametri di guida che sono funzionali al servizio primario (assicurazione a consumo) erogato potrebbero essere rivenduti - opportunamente aggregati e anonimizzati - anche a soggetti terzi che siano interessati allo stato del traffico in tempo reale, o alla valutazione della qualità dell’infrastruttura viaria. O ancora, i dati relativi ai consumi energetici delle utenze domestiche, raccolti dalle Utility per rendere più efficiente il processo interno di fatturazione, potrebbero essere rivenduti (sempre opportunamente trattati) a soggetti interessati a migliorare le previsioni dei consumi energetici aggregati. Come evidente da questi esempi, in molti casi le modalità di utilizzo dei dati sono solo parzialmente note nel momento in cui si progetta una applicazione IoT. Una parte considerevole del valore può infatti rimanere implicita, emergendo solo quando ci si interroga sul “potenziale nascosto” del proprio patrimonio informativo. La capacità di correlare i dati raccolti dalle soluzioni IoT con altre informazioni, interne o esterne all’azienda stessa, diventa così fondamentale per la loro piena valorizzazione. In questo ampio scenario, le aziende iniziano ora a muovere i primi passi e vi sono molte opportunità ancora non colte, soprattutto parlando di valorizzazione esterna e “potenziale nascosto” dei dati. Gli OTT (Over The Top), già “allenati” in questo senso, stanno entrando con forza in alcuni segmenti di mercato (Smart Home e, in prospettiva, Smart Car) con il chiaro obiettivo di sfruttare economicamente i dati che sapranno raccogliere. Molti aspetti devono ancora essere definiti e le indicazioni provenienti dalle autorità di tutela della Privacy  saranno fondamentali per capire fino a che punto sarà possibile spingersi, su scala nazionale e internazionale.

 

Per quanto riguarda infine la seconda direzione, i dati si legano sempre di più alle strategie di pricing delle aziende. In alcuni casi abilitano nuove logiche di vendita basate sull’effettivo utilizzo, in altri giustificano forti sconti sui prodotti che consentono di raccoglierli. La disponibilità di dati puntuali sull’utilizzo dei prodotti abilita strategie di prezzo “pay-per-use” in contesti inimmaginabili senza l’IoT. Se negli scorsi anni abbiamo assistito ai primi casi nel settore dei servizi (ne è un esempio il costo dell’assicurazione auto, che varia in base alla percorrenza annua), ora questa tendenza inizia a riguardare anche i prodotti. In ambito Smart Car i dati raccolti da sensori negli pneumatici (Pirelli, Michelin) o nel motore (vetture Rolls-Royce) iniziano a essere utilizzati per consentire all’utente di pagare su base periodica, a seconda dei chilometri percorsi, e non più in un’unica soluzione al momento dell’acquisto. In altri casi, ad esempio per quanto riguarda alcuni dispositivi indossabili (wearable), la vendita di prodotti connessi è incentivata proprio per avere accesso ai dati raccolti, effettiva fonte di valore per l’azienda. La soluzione proposta da Apple, in partnership con la compagnia assicurativa Discovery Health, va in questa direzione: gli utenti che sottoscrivono la polizza salute possono avere un Apple Watch pagando solo una piccola quota del suo valore, a patto di tenersi allenati tutti i mesi e di mettere a disposizione i dati raccolti. Questo scenario è particolarmente interessante perché è un ulteriore esempio della centralità dei dati nelle applicazioni IoT: il loro valore può essere così elevato da giustificare sconti o addirittura l’offerta gratuita di prodotti e servizi. Questo non ci deve stupire: nell’Internet “tradizionale” il modello di “servizio gratuito in cambio dell’utilizzo dei dati” è uno dei prevalenti, e non è un caso che sia adottato proprio da alcuni di quei grandi player internazionali (come Google e Facebook) che stanno cercando di entrare con forza nel mercato IoT.