Vedere per credere, forse non più.  Vedere per credere, forse non più.

Vedere per credere, forse non più.

Le nuove tecnologie possono aiutare a creare fiducia, anche per le transazioni sulla rete. Pensiamo alle piattaforme di crowdfunding, al mondo di Fintech con i bitcoin e le blockchain.

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Il terremoto è stata una drammatica occasione per usare le tecnologie, digitali e non, per la raccolta fondi. Oltre a SMS e numeri telefonici solidali, l’iniziativa Unaiutosubito ha sfruttato la nostra piattaforma di crowfunding Withyouwedo, per raccogliere risorse per le zone distrutte. Altri progetti, come quello lanciato da Nestlé, continuano su questa strada.    
In tempi meno tristi, la piattaforma Withyouwedo serve per finanziare idee e start-up per il terzo settore e altro, aiutando a colmare un cronico deficit.
L’uso della rete per donazioni  e raccolta fondi  ha molti aspetti positivi: velocità, semplicità, trasparenza, disintermediazione.
Elementi importanti  per sostenere il cuore di qualsiasi transazione: la fiducia.   
Il concetto “vedere per credere” ostacola nel nostro Paese una ampia diffusione degli acquisti online. Più del 50% delle transazioni passano ancora dalla carta - secondo i numeri, dello scorso settembre, dell'Osservatorio Mobile Payment&Commerce del Politecnico di Milano. Siamo lontani dagli altri Paesi, anche se i dati dell’Osservatorio sembrano incoraggianti.

La fiducia è un capitale sociale

L’Economist ci ricorda come anche la più banale transazione sia un piccolo atto di fiducia, anche se non ci facciamo più caso.  
Ordinare una pizza al telefono implica un atto di fiducia: che la pizza sia buona, che il cassiere non usi le informazioni della carta di credito per altri scopi, che sia consegnata in tempo.  
Scambi più complessi, quelli su cui si basa la crescita economica di una intera comunità, hanno bisogno di livelli di fiducia molto alti.
La fiducia all’interno della società non è una scelta, perché dal comportamento cooperativo delle persone dipende il risultato delle risorse investite in ogni attività.

Studies of the relationship between measures of trust and economic growth find a close link between the two

The Economist, Believing is seeing

Purtroppo la fiducia è difficile da coltivare, è un capitale sociale che va costruito con tempo e impegno.
La creatività umana sa trovare  modi per superare gli ostacoli alla mancanza di fiducia, per esempio basandosi sulle cerchie familiari o tribali – gruppi i cui membri hanno interessi comuni molto più vicini di quelli di una intera popolazione.
Ma sono strategie che raggiungono un numero relativamente limitato di persone, tagliando comunque fuori alcuni membri della società.

Le nuove tecnologie sembrano offrire un approccio più promettente, dalle app per la sharing economy alle blockchain, rendendo più facile avere fiducia anche in gruppi di persone che non conosciamo.
Le valutazioni online, quindi pubbliche, dei clienti sulla qualità del servizio ricevuto - da un tassista di Uber, un veditore di Amazon, un ristorante su TripAdvisor -,  servono a stimolare comportamenti onesti perché vengono riconosciuti pubblicamente e premiati in termini di business.
Certo sono piccoli esempi, ma qualsiasi cosa spinga verso la fiducia e la cooperazione è un passo avanti per la costruzione di quel capitale sociale che aiuta a rendere ricca una società.    

L’era di Fintech

Con la parola blockchain entriamo nel cuore di Fintech, il settore e le società che applicano le innovazioni tecnologiche in campo finanziario, per creare servizi nuovi e più efficienti.   
Già nel 2015 l’Economist aveva dedicato al fenomeno un’ articolo, “ La rivoluzione fintech”  in cui si sottolineava  la portata della creatività di smanettoni digitali, start-up e  società di venture capital  nel trovare vie alternative ai tradizionali strumenti finanziari  e bancari. 

From payments to wealth management, from peer-to-peer lending to crowdfunding, a new generation of startups is taking aim at the heart of the industry

The Economist, The fintech revolution

La parola rivoluzione appare spesso associata a questo termine, come  nel libro di Roberto Ferrari, direttore di Che Banca! L’era del fintech: la rivoluzione digitale dei servizi bancari.
L’ingresso della tecnologia in nuovi settori sembra talvolta così dirompente da suscitare timori.
Gli e-book uccideranno la carta stampata?
I pagamenti digitali renderanno inutile la moneta cartacea?  
Oggi ci si interroga sulla disintermediazione dei circuiti bancari e sulla fine del sistema bancario sinora conosciuto, a favore di nuovi modi di fare banking.
Per questo le stesse banche si stanno attrezzando,  anche attraverso la loro presenza  fra le startup Fintech, che sono in enorme crescita. Fra le 100 migliori startup del 2015 in Italia ben  22 sono Fintech, fra cui Innaas e Quokky legate ai nostri programmi di sostegno TIM#Wcap e TIM Ventures.  
Quando si parla di Fintech si parla di molte cose, diverse e in continua evoluzione.
Forbes descrive la storia a partire dagli anni 50 con l’arrivo delle carte di credito; l’ATM, le Automated Teller Machine, negli anni 60; la crescita nei decenni a seguire con le nuove tecnologie, come i computer, e poi negli anni 90 con Internet. Per giungere oggi, nel 21^ secolo, alla rivoluzione citata dall’Economist legata alla digitalizzazione e all’enorme diffusione dei device mobili.
Ci sono una data e un evento che tutti considerano un punto di svolta, se non il vero e proprio inizio di Fintech: è il 2009 e l’arrivo di Bitcoin, la valuta digitale.

Piattaforme  e strumenti digitali che rientrano nel settore  sono il citato crowdfounding,  il peer-to-peer lending (finanziamenti concessi da privati a privati o imprese), valute digitali come BitCoin, la Blockchain e molto altro.
Le criptovalute, di cui il bitcoin è la più importante, non sono coniate dagli Stati, ma si basano sulla fiducia che si crea in rete, garantita da un protocollo informatico che consente di immagazzinare le transazioni in bitcoin in tempo reale, aggiornando i “blocchi” di dati per ricostruire in ogni momento la storia dei diversi pagamenti che si realizzano in rete.
La prima blockchain è nata proprio come pubblico registro online dei pagamenti in bitcoin scambiati attraverso un network di transazioni decentralizzate peer-to-peer.
Le blockchain sono sul web, accessibili da tutti, dunque pubbliche. Ogni dieci minuti, tutte le transazioni in bitcoin sono aggiornate e immagazzinate in un blocco, concatenato con quello precedente, creando appunto una “catena di blocchi” come dice il nome.
Un fenomeno in esplosione che mostra, per alcuni, solo due aspetti di debolezza: l’impossibilità di cancellare le transazioni e il livello di sicurezza  (l’ingresso di estranei nella catena, il furto di bitcoin,...).
Commentando il report del World Economic Forum dello scorso agosto che descrive come la finanza del futuro sarà legata alla blockchain, Novascrive

In primo luogo la blockchain ha dalla sua un potenziale senza precedenti di trasparenza e fiducia

Nova 24, Il futuro della finanza in una blockchain