Un viaggio alle origini di Internet in Italia Un viaggio alle origini di Internet in Italia

I pionieri dell’Internet italiano

Tutto è partito dal CNUCE di Pisa

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Da via Santa Maria 36 alla torre di Pisa ci vogliono sei minuti a piedi. Per saperlo non serve essere pisani, o comprare una guida turistica: è un’informazione che possiamo raccogliere ovunque, immediatamente, gratis. Non ci vuole molto, nel 2016, per utilizzare un servizio che non sarebbe esistito senza Internet e rete satellitare: non ci è voluto molto anche a dimenticare di quanto il nostro presente sia potenziato dalla rete.

Proprio a quel civico, trentanni fa, una squadra di pionieri del CNUCE (il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) apriva una via tra lItalia e la rete globale: un evento storico di cui non si accorse praticamente nessuno. Ma come si arrivò a quel turning point?

Il CNUCE nasce nel 1965 dalla visione del Prof. Alessandro Faedo, all’epoca rettore dell’Università di Pisa. Nel 1974, lo stesso periodo in cui Bob Khan e Vint Cerf codificano la suite di protocolli Internet che chiamiamo TCP/IP, il centro viene ribattezzato “CNUCE Istituto del CNR” e si sgancia dal contesto accademico pisano, diventando parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Scopo dell’operazione: garantire i fondi adeguati in ottica di sviluppo, grazie anche al notevole supporto del Prof. Giuseppe Biorci — il Presidente della Commissione Generale per l’Informatica del CNR. Quello di Biorci è solo uno dei diversi nomi da scolpire nell’ipotetico Monumento ai Pionieri dell’Internet italiano. Laura Abba, Antonio Blasco Bonito, Gianfranco Capriz, Luciano Lenzini, Marco Sommani, Stefano Trumpy: senza di loro l’Italia non sarebbe mai stato il quarto nodo di rete in Europa, dopo Inghilterra, Germania Ovest e Norvegia.

Prima dell’assorbimento, la ragione di esistere del CNUCE era lo sviluppo di competenze nel campo del calcolo scientifico; il passaggio di consegne impose da subito una virata alle vite professionali di chi faceva parte del progetto. Dal CNUCE arrivavano perlopiù sistemisti, progettisti e programmatori, mentre il Centro Nazionale della Ricerca era popolato da ricercatori, tecnici e amministrativi e, come in ogni ambito di ricerca, la cosa più importante era la pubblicazione dei paper. Questi ultimi si trovarono quindi a convertire i loro incarichi gestionali in attività di ricerca nel campo della Computer Science.

C’era chi si impegnava nello studio della rete e chi si occupava di farla funzionare. Un fattore da non sottovalutare: come in ogni esplorazione degna di nota, all’inizio si brancola nel buio, e alla luce ci si abitua in fretta. Il primo gruppo, quello più orientato alla ricerca, studiava soprattutto OSI e TCP/IP — sigle che nascondono reti di protocolli.

Allepoca chiunque si occupasse di rete e protocolli riteneva che il TCP/IP (che, in un certo senso, è il traduttore che consente lo scambio di informazioni tra reti che parlano linguaggi diversi) fosse destinato a una lenta, ma inevitabile, estinzione. L’altro sistema, l’architettura OSI (Open Systems Interconnection, un’idea dell’International Standards Organization) sembrava essere più promettente.

Qualcosa, però, andò storto: in poche parole, i produttori di elaboratori smisero di investire su OSI. La guerra dei protocolli ha visto vincere il progetto di Khan e Cerf per un valido motivo: la semplicità. Lo sviluppo di OSI è stato ostacolato dalla collaborazione di enti di diversi Paesi europei, una collaborazione frammentata a causa di procedure e linguaggi sviluppatisi, negli anni, seguendo linee leggermente divergenti. Se l’OSI avesse vinto sul TCP/IP, il CNUCE con il suo progetto Osiride (OSI su Rete Italiana Dati Eterogenea), sarebbe stato tra i leader mondiali di questa rete interplanetaria.

Nel 1979 Lenzini si recò a Londra, in missione alla University College of London, dove il Prof. Peter Kirkstain, direttore del Dipartimento di Computer Science alla UCL, gli propose di partecipare alla sperimentazione di Internet in Europa. Lenzini tornò in patria e inoltrò la richiesta all’allora direttore del CNUCE, Gianfranco Capriz. Grazie al nulla osta di Biorci, il quale si sarebbe occupato dei fondi, Lenzini scrisse una lettera al — già allora — leggendario Bob Khan. Era il 18 febbraio 1980. A quel tempo infatti uno dei padri fondatori della Rete si occupava di gestire la sperimentazione di Internet nel vecchio continente per conto di ARPA (Advanced Research Projects Agency).

La risposta fu positiva. Il primo passo di un cammino lungo sei anni.

L’idea consisteva nell’utilizzare come ponte la rete SATNET (Satellite Network), allo scopo di collegare la West Coast americana e, nel caso nostrano, l’altopiano del Fucino in Abruzzo, sede della stazione di Telespazio — tuttora è il più importante teleporto a livello mondiale. Innanzitutto, Khan fu accompagnato a Roma da Lenzini, dove l’americano illustrò ai membri della Commissione Generale per l’Informatica l’importanza cruciale del progetto, per il quale furono stanziati oltre 500 milioni di lire.

Si trattava a questo punto di trovare un accordo con la Difesa Italiana, la SIP, Italcable e Telespazio: purtroppo quello del CNUCE era visto come un progetto tra i tanti, e la sua portata strategica non era ancora facilmente leggibile. Ci vollero tre anni per allineare tutti i player coinvolti nella missione. Bastò una lettera per rischiare di mandare tutto in fumo. Nel 1985 infatti arrivò un messaggio da Darpa in cui veniva annunciato che tutte le installazioni SATNET atte al collegamento a Internet avrebbero dovuto ricorrere a un nuovo gateway. Tutti gli sforzi dei cinque anni precedenti, i finanziamenti, la burocrazia…minacciati dal nuovo Butterfly della BBN, un computer costituito da 256 processori collegati a farfalla, dal costo decisamente elevato. Si doveva ripartire da zero. Lenzini e Trumpy, l’allora Direttore del CNUCE, individuarono un’unica soluzione: prendere un volo per Washington DC di lì a poco, e raccontare la vicenda all’International Cooperation Board. Una volta giunto il suo turno all’ICB, Lenzini, la voce rotta, espose le problematiche sul versante italiano; l’Italia, disse, si sarebbe messa da parte. Il resto, come si dice, è storia.

Lenzini racconta di come durante la pausa vide Khan confabulare con Cerf e altri pezzi grossi di Darpa, e di come si avvicinarono per annunciargli il dono del gateway necessario. Internet in Italia era questione di tempo. Questa volta, davvero.

Il pomeriggio del 30 aprile 1986, mentre quattro lettere — p i n g — venivano trasmesse a ventotto kilobit al secondo da un’antenna parabolica del diametro di trenta metri incastonata nell’altipiano marsicano, si aggrappava a Intelsat IV, un satellite sospeso sull’oceano Atlantico, e rimbalzava nel bosco di Roaring Creek, Pennsylvania, nella sala macchine del CNUCE c’era Antonio Blasco Bonito, un giovane programmatore del CNUCE. Da solo. Anzi, in compagnia del butterfly, una specie di grosso frigorifero con un Mac come interfaccia. Il tempo di trattenere il respiro, meno di un secondo, e dagli Stati Uniti comparvero due lettere sul monitor: OK. LItalia era connessa a Internet.

Qualche giorno dopo Lenzini scrisse un comunicato stampa, ma nessun organo di informazione diede conto dell’avvenuto collegamento. Il mondo era sintonizzato su Cernobyl; l’Italia sulla politica interna. Spesso è così, per i cambiamenti epocali. Sono avvenimenti di cui non si accorge nessuno, sono conquiste che si capiscono vivendo nel futuro. Grazie ai pionieri dell’Internet italiano, il futuro è oggi.