Insieme allo smart working, un'altra innovazione continua a diffondersi nel mondo del lavoro autonomo: la on-demand economy. Insieme allo smart working, un'altra innovazione continua a diffondersi nel mondo del lavoro autonomo: la on-demand economy.

Lavorare nella on-demand economy: pro e contro

Insieme allo smart working, un'altra innovazione continua a diffondersi nel mondo del lavoro autonomo: la on-demand economy.

- + Text size
Stampa

Mentre anche in Italia si fa largo lo smart working – il lavoro dipendente sempre più slegato dal luogo fisico dell'ufficio e da orari prestabiliti – un'altra innovazione ancor più radicale continua a diffondersi nel mondo del lavoro autonomo: la on-demand economy. Gli esempi più noti di questa nuova modalità lavorativa sono sempre gli stessi: ‘Uber' e ‘AirBnb’, innanzitutto, ma anche ‘UpWork’ (una piattaforma dedicata al lavoro editoriale), le riparazioni domestiche di ‘Mario’ e i microlavori di ‘Amazon Mechanical Turk’.

Fino a poco tempo fa, tutte queste piattaforme lavorative venivano inserite nell'ambito della sharing economy (letteralmente, “economia della condivisione”). Se oggi si tende a preferire il termine “on-demand”, c'è una ragione ben precisa: cosa c'è, in fondo, di condiviso in ‘Uber'? L'autista usa la sua macchina, per svolgere quello che è un classico lavoro di noleggio auto con conducente.

E siamo sicuri che si possa parlare di “sharing” nel caso di ‘AirBnb’? La stanza, più che condivisa, viene semplicemente affittata. Quale possa poi essere la condivisione nel caso di ‘UpWork’ o del ‘Mechanical Turk’ di Amazon (in cui ci si candida online ai lavori, da svolgere in remoto, che vengono di volta in volta messi a disposizione) è davvero difficile da capire.

La vera sharing economy è un'altra. Per esempio quella di ‘BlaBlaCar’, in cui un bene sotto-utilizzato (ovvero una macchina con tre/quattro posti liberi) viene messa in condivisione con chi ha bisogno di un passaggio e che in cambio contribuirà alle spese. Oppure quella di ‘CouchSurfing’, in cui un bene sotto-utilizzato (un letto libero o un divano che di notte nessuno sfrutta) viene offerto gratuitamente ai viaggiatori, che in cambio daranno la loro disponibilità a fornire la stessa ospitalità.

Lavorare in completa autonomia

È evidente come questi casi siano molto diversi da ‘Uber' & co., per i quali, infatti, è molto più corretto parlare di economia on-demand. Il filo rosso che unisce tutte queste esperienze è quello della libertà lavorativa, della gestione in totale autonomia dei giorni e orari di lavoro. Il caso di ‘UpWork’ (che offre principalmente lavori di traduzione o di stesura di brevi testi commerciali o editoriali) è emblematico: una volta compilato il profilo, il curriculum e inserite le competenze specifiche, avremo la possibilità di candidarci per una quantità di lavori, inserendo quello che ci sembra essere un giusto compenso e accettando la data di consegna che ci viene richiesta. Per il resto, la libertà è totale.

Ancora più estremo il caso di ‘Amazon Mechanical Turk’, all'interno del quale si svolgono micro-lavori semplici (e ripetitivi): l'inserimento delle giuste tag in articoli, la correzioni di refusi o la moderazione di commenti. Ogni giorno si ha la completa libertà di decidere se e quanto lavorare, senza bisogno di rendere conto a nessuno.

Questa modalità innovativa di lavoro si sta sempre più estendendo e non riguarda più solo attività di “bassa manovalanza”, ma anche professioni di tutto rispetto. Questo vale soprattutto in America, dove ormai esistono piattaforme per avvocati (‘AxiomLaw’) o medici (‘Medicast'). Con il risultato che, tra anziani professionisti che vogliono finalmente gestirsi il loro tempo e giovani che hanno bisogno di muovere i primi passi nel mondo del lavoro, queste forme freelance si stanno diffondendo alla velocità della luce.

Già oggi, secondo Freelance Union, negli Stati Uniti i lavoratori autonomi sono circa il 30% della forza lavoro, ma se si prendono in considerazione solo i giovani tra i 18 e i 35 anni, questa percentuale arriva al 50%. In Italia ci sono dati solo sul numero di partite IVA, ormai arrivate a quota 4 milioni (secondo i dati AddLance).

Visto così, potrebbe sembrare il mondo dei sogni: lavorare da casa o comunque gestendo il proprio tempo, poter fare affidamento su un numero crescente di piattaforme in grado di fornire il lavoro in base alle competenze di ognuno di noi, essere liberi da orari fissi e dal dovere di rispondere al capo.
Tutto bene, quindi? Non proprio.
Perché se i lati positivi di questa innovazione del mondo del lavoro sono evidenti, non mancano i lati negativi.

I lati negativi della on-demand economy

Innanzitutto, c’è un tema legato alle piattaforme: in molti casi sono costruite in modo da scatenare una guerra al ribasso dei prezzi. Su ‘UpWork’ bisogna inserire il compenso che si ritiene equo, senza sapere quanto chiederanno gli altri. Ed è evidente che – anche se fattori come la velocità e l'esperienza hanno il loro peso – chi cerca lavoro tenderà a chiedere il minimo compenso accettabile, per evitare di essere scartato. In altri casi, com'è quello del ‘Mechanical Turk’, il fatto di aver svolto il lavoro non significa aver la certezza di essere poi pagati, visto che prima è necessario che il datore di lavoro vi confermi di essere soddisfatto (e, al limite, ci si potrà vendicare con una recensione negativa).

L'aspetto più importante, però, è un altro: quello che viene chiamato “ribaltamento del rischio d'impresa”. Chi gestisce la piattaforma non ha infatti nessuna responsabilità nei confronti del lavoratore, che per guadagnare usa la sua macchina (nel caso di ‘Uber'), il suo appartamento (‘AirBnb’) ed è l'unico responsabile della riuscita del suo lavoro, nei confronti del quale la piattaforma si limita a prelevare una quota, solitamente attorno al 20%.

Il rischio d'impresa – che sta tutto sulle spalle dell'imprenditore che decide di aprire una fabbrica e assumere lavoratori (che avranno il loro stipendio indipendentemente dalla quantità di lavoro, almeno fino al caso estremo del fallimento) – si scarica invece sul lavoratore, che è ovviamente privo dei diritti di ferie, malattie, sussidi e quant'altro.

Nell'epoca delle partite IVA classiche (vale a dire i “grandi professionisti”), tutto ciò era ricambiato da compensi importanti. Oggi, spesso, queste piattaforme offrono compensi nemmeno lontanamente paragonabili: basti pensare che su ‘Mechanical Turk’ si viene pagati in media tra i due e i cinque dollari l'ora. Le critiche, in effetti, sottolineano come queste piattaforme si limitino a “estrarre” valore dalla società, offrendo in cambio ben poco.

Una frase che circola su internet aiuta a chiarire il quadro: “Uber, la più grande compagnia di taxi al mondo, non possiede neppure un auto; AirBnb, la più grande catena di hotel al mondo, non possiede nemmeno una stanza; Facebook, il più grande fornitore di contenuti al mondo, non produce nemmeno un contenuto. Sta succedendo qualcosa di strano”.
E nonostante gli aspetti positivi siano numerosi ed evidenti, è anche importante trovare il giusto modo di conciliare libertà e sicurezza, per evitare che le uniche a guadagnarci siano le piattaforme della Silicon Valley.