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Internet Governance Forum: il problema
di rendere "pop" la cittadinanza digitale

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Poche cose come l'invenzione del TCP/IP  - ad opera di uno dei “padri” di internet, Vinton Cerf -   hanno avuto un impatto politico, sociale e duraturo sullo sviluppo della Rete così come oggi la conosciamo. Non fosse stato per quel protocollo, che obbliga tutti i nodi della rete a essere interoperabili, oggi forse ci troveremmo con 5-6 grandi internet in concorrenza tra loro. E forse non parleremmo nemmeno di cittadinanza digitale, proprio perché al massimo saremmo "clienti" di uno di questi 5-6 mondi, ciascuno con i suoi contenuti in concorrenza con i contenuti degli altri, che ovviamente non potremmo vedere, leggere, ascoltare.
Per fortuna non è andata così. Oggi, anche se la gran parte del traffico accade su poche grandi piattaforme di social media, la rete è ancora una, e garantisce tutt'ora un pluralismo che non era mai stato così esteso con i mezzi di comunicazione precedenti: i giornali , la radio, la televisione.
Dal pluralismo e dalla conseguente prospettiva di una comune “cittadinanza digitale” discendono molti diritti, come l’accesso alla conoscenza, intesa come conoscenza universale, la libertà di espressione in rete, la privacy, la net neutrality.
Si tratta naturalmente di temi politici, e il problema è che quando parliamo di Internet quasi sempre, invece, parliamo di economia. Del turbamento degli assetti dei mercati preesistenti, di fonti di ricavi, di nuovi modelli di business, di disintermediazione di catene del valore, eccetera. E ci dimentichiamo dei diritti e delle garanzie per gli individui, i cosiddetti “diritti digitali”.
Ed è proprio per continuare a portare avanti queste istanze che 11 anni fa nacque  L'Internet Governance Forum, il massimo organismo mondiale, che fa capo alle Nazioni Unite, che ogni anno individua le nuove sfide che riguardano ognuno di noi. Da 11 anni, ogni anno, in tutti i Paesi aderenti vengono raccolti e discussi  i problemi più sentiti, per poi riportarli sotto forma di un documento condiviso all’attenzione dell’assise mondiale, che si svolgerà a Ginevra nel prossimo mese di dicembre.  
L'assise annuale italiana, tenuta a battesimo proprio da Vinton Cerf con il suo saluto in videoconferenza, si è chiusa proprio ieri all'Università Alma Mater di Bologna.
Come sempre, il dibattito è stato ricco e serrato nelle varie sessioni. Ma per stessa ammissione degli organizzatori, una discussione animata non basta. Per acquisire maggiore consapevolezza dei propri diritti in rete, occorre rendere questi temi popolari anche presso il pubblico dei non addetti ai lavori.
"Il problema più grande che abbiamo - ha dichiarato nella conferenza plenaria il deputato Paolo Coppola - è che di questi temi finiamo sempre per parlare tra di noi, mentre i media parlano di rete sempre e solo in termini di pericoli da normare, e non di opportunità da cogliere."
Difficile, così, conquistare le persone e soprattutto le giovani generazioni, esposte sempre più al lato commerciale della rete e sempre meno alla consapevolezza dei diritti che riguardano ciascuno di noi.
"E' una sorta di peccato originale del dibattito - ha aggiunto Gabriele Falciasecca della Fondazione Marconi. Abbiamo pensato alla rete quasi solo sotto il profilo dell'impatto sui mercati, sulla concorrenza, sullo status quo economico, e non abbiamo calcolato l'impatto sociale. Non possiamo stupirci se questi temi siano normalmente tagliati fuori dall’agenda mediatica e politica".
Che cosa invece domina, da mesi, il dibattito sulla rete? Le fake news, naturalmente. Non esiste convegno, seminario o incontro pubblico che non sia monopolizzato dal tema della presunta “era della post-verità”, delle bolle di filtraggio individuali, della continua ricerca delle persone in rete di una comfort zone abitata solo da persone che la pensano come noi. Ma quanto siamo sicuri che questo allarme martellante non provenga proprio da un ecosistema dell’informazione spaventato dall’idea di essere rapidamente sostituito?
A questa domanda ha provato a rispondere, in una animato panel del lunedì pomeriggio, il semiologo Antonio Santangelo, autore di svariati libri sul tema e di una illuminante presentazione dal titolo “Fake news, una questione di fiducia”.
“La cosa più semplice per difendersi dalle bufale – ha raccontato Santangelo – è tornare a fare il mestiere dei giornalisti, ricostruendo un rapporto di fiducia che negli ultimi anni si è rotto non solo, come vorrebbero farci credere, per via di un racconto politico fondato sul rifiuto dell’establishment, ma anche perché i media, schiacciati dalla competizione, hanno progressivamente trascurato le regole etiche. Schiacciati dalla competizione hanno finito per abbracciare l’unico modello funzionante, quello dell’infotainment, perdendo credibilità e finendo per aprire la strada al contro-racconto populista”. Un’opinione forte, che ha suscitato reazioni abbastanza nette sia tra gli altri panelist, sia negli interventi dalla platea.
Ma a prescindere da come la si pensi sull’argomento, il fatto stesso di poter affrontare questioni come quella della disinformazione sotto un profilo diverso, seminando il dubbio nella cyber-deprecazione dominante, è da solo un buon motivo per frequentare anche questo tipo di eventi. Senza con ciò necessariamente affermare il primato della politica digitale sull’economia digitale, l’idea che un gruppo di persone competenti e appassionate, lontano dai talk show - e a volte sottovoce - ci diano una chiave diversa dei fenomeni che stiamo vivendo, rappresenta una salutare boccata d’aria fresca.