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Il Futuro del Lavoro

Lo studio dell’OCSE

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In tandem con la diffusione delle tecnologie informatiche, i mercati del lavoro in tutta l'OCSE hanno subìto una rapida trasformazione strutturale.  In un recente Rapporto  (Berger, T. and C. Frey (2016), “Structural Transformation in the OECD: Digitalisation, Deindustrialisation and the Future of Work”, OECD Social, Employment and Migration Working Papers, No. 193, OECD Publishing, Paris) si esamina l’impatto della tecnologia sul  mercato del lavoro, a partire dalla rivoluzione  informatica degli anni 1980, e i recenti sviluppi della tecnologia digitale – inclusa intelligenza artificiale  e  robotica -  con la loro potenziale influenza sul futuro dell’occupazione.   

Mentre è evidente da più fonti come la composizione della forza produttiva sia drasticamente mutata negli ultimi decenni, in parte come risultato del cambiamento tecnologico e in parte per l’influenza della digitalizzazione, il futuro di quali e quanti posti di lavoro saranno disponibili è tutt’altro che certo.

Da un lato, sembra che il potenziale campo di applicazione dell’automazione si sia esteso al di là delle mansioni routinarie, rendendo il cambiamento tecnologico potenzialmente sempre più labour-saving: secondo recenti stime, infatti, il 47 per cento dei posti occupati in US sono suscettibili di essere automatizzati nel corso dei prossimi decenni.  Dall’altro, vi sono prove che suggeriscono come le tecnologie digitali non abbiano creato altrettanto posti di lavoro per rimpiazzare quelli vecchi.

Guardando al futuro, inoltre, il rapporto suggerisce che il potenziale ambito di automazione è in espansione. Molti settori, che sono stati tecnologicamente stagnanti nel passato, con molta probabilità non lo saranno più in futuro grazie o a causa della tecnologia.  E anche se ci si aspetta un generale aumento della produttività come risultato generale, la redistribuzione del valore in più prodotto sarà come sempre a cura delle politiche pubbliche dei governi.

Riguardo le tecnologie digitali, sono evidenti gli effetti pervasivi sui mercati produttivi in tutta l'OCSE.

In particolare, il cambiamento tecnologico, in quanto rivoluzione informatica e digitale, ha:

  1. aumentato la domanda di skills cognitive;
  2. ridotto la domanda di lavoratori che svolgono ruoli routinari;
  3. contribuito alla diminuzione del reddito nazionale per la parte relativa alla quota del mercato del lavoro.

Inoltre, il continuo ingresso di nuova tecnologia ha significativamente alterato la composizione della forza lavoro attraverso il palese cambiamento delle dimensioni degli apparati produttivi, le occupazioni relative e le attività svolte.

Il declino evidente del settore manifatturiero e del terziario si spiega in parte con l'automazione dei processi di produzione e la creazione di nuovi settori di servizi come video e audio streaming, o come il web design.  Va detto anche però che mentre le tecnologie digitali hanno creato molte ridondanze tra le occupazioni tradizionali, ne hanno creato di nuove nel mondo dell’ingegneria del software o nell’amministrazione dei data base.

Ma non solo. Le tecnologie digitali hanno modificato in modo significativo anche la composizione dei compiti delle mansioni: ad esempio, mentre il bancomat sostituisce una parte del lavoro del cassiere, non può sostituirsi totalmente a lui nella gestione del rapporto commerciale con il cliente.

Il futuro dunque è incerto. Da una parte, le tecnologie digitali fanno risparmiare lavoro. Dall’altra, le stesse tecnologie erodono posti di lavoro.  

A tutt’oggi si stentano a trovare prove che suggeriscono che lo sviluppo digitale abbia creato più occupazioni di quelle che ha reso inutili: una stima dice che circa lo 0,5 per cento della forza lavoro negli USA è impiegato nei settori emersi dal 2000 in poi associati all’ingresso delle nuove tecnologie. Ma, in prima approssimazione, non c'è nulla che indichi come la rivoluzione digitale abbia ridotto la domanda complessiva di posti di lavoro.

Un altro dato interessante è che la maggior parte della crescita di occupazione ha avuto luogo in settori stagnanti dell'economia, compresa l'assistenza sanitaria, il governo e il personale addetto ai servizi.

Infine, altri studi suggeriscono un'inversione positiva della domanda di lavoratori nell’istruzione universitaria. Infatti, gli investimenti in aggiornamento professionale diventano una leva politica fondamentale non solo per rilanciare la vacillante crescita della produttività, ma anche per mitigare gli aumenti ulteriormente indesiderati della disuguaglianza sociale.

Lo studio invita gli amministratori pubblici a promuovere investimenti nello sviluppo di nuove competenze, per migliorare la capacità di fare innovazione, soprattutto in quelle regioni con ampi ritardi tecnologici, al fine di facilitare la creazione di nuove opportunità professionali. Fare investimenti in nuova qualificazione delle persone, integrati con investimenti in capitale fisso come le infrastrutture digitali e fisiche, diventeranno sempre più cruciali per consentire alle regioni svantaggiate una migliore sopravvivenza.