Big Data: tutti li vogliono, ma in pochi li analizzano Big Data: tutti li vogliono, ma in pochi li analizzano

Big Data: tutti li vogliono, ma in pochi li analizzano

Cresce il numero d’imprese che conserva questi immensi database, ma sono poche quelle che assumano personale specializzato nel trattamento dei dati

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Lo rivela una ricerca dell’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence: il mercato dei Big Data è cresciuto in 12 mesi del 25%, ma le imprese che hanno nel proprio organico un Data Scientist sono solo 13%

Cresce il numero delle aziende italiane che ha deciso, nel 2014, di utilizzare i cosiddetti Big Data, ma le assunzioni dei soggetti specializzati nell’analisi di queste moli di dati resta al palo. Strano fenomeno: il mercato mostra un +25% rispetto a 12 mesi fa, ma solo il 13% delle imprese che immagazzinano questi flussi d’informazioni ha nel proprio organico un Data Scientist, ossia una figura specifica per lo studio dei Big Data. La situazione migliorerà nel 2015? Stando allo studio dell’Osservatorio Big Data Analytics & Business Intelligence, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, la risposta è negativa: il 73% delle aziende che utilizzano i Big Data non intende, nel prossimo futuro, assumere un Data Scientist.

Un'evidente contraddizione

Questa ricerca mostra una contraddizione: il 56% dei responsabili ICT intervistati afferma che la priorità per il 2015 sarà implementare la raccolta e l’analisi dei Big Data. Nel 2014, inoltre, il budget aziendale per utilizzare questi enormi database è cresciuto del 23%. Però non si assume personale specifico e neanche si stringono collaborazioni spot con Data Scientist. Scarsi anche i corsi di formazione per il personale interno. Perché? Non si tratta, a quanto pare, di un problema di natura tecnologica, poiché solo il 17% delle aziende intervistate afferma di non aver una strumentazione adeguata per lo stoccaggio e l’analisi delle informazioni. Strumentazione fondamentale a un Data Scientist per eseguire il suo lavoro. La ragione di questa contraddizione è da ricercarsi altrove.

Per ora solo dati interni

In Italia l’84% dei Big Data processati da un’azienda provengono da fonti interne. Una percentuale consistente che, di fatto, limita lo sviluppo della categoria dei Data Scientist nel nostro Paese. Quelli prodotti all’interno di un’azienda sono, in genere, dati strutturati, ossia semplici da catalogare: per questo non occorre assumere una figura specifica per farlo. Discorso diverso per le informazioni provenienti da fonti esterne, come il Web o i Social Media, considerate generalmente dati semi-strutturati, oppure destrutturati tout court, per i quali non esiste un sistema di codifica preordinato. Proprio i flussi destrutturati sono il segmento specifico dei Data Scientist. Sarà sempre così? Lo studio rivela che il volume dei dati semi-strutturati e destrutturati utilizzati dalle aziende italiane è aumentato rispetto allo scorso anno (+31%): per i professionisti dei Big Data si stanno aprendo, molto probabilmente, degli interessanti spazi occupazionali.