I meccanismi dietro a social e motori di ricerca I meccanismi dietro a social e motori di ricerca

Gli algoritmi: questione di gusti

I meccanismi dietro a social e motori di ricerca

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Stando a una ricerca dell'Università dell'Illinois, il 60% degli utenti di internet statunitensi non è a conoscenza del fatto che Facebook e Google decidono cosa mostrarci in base al loro algoritmo. Un dato che suscita preoccupazione, visto il modo decisivo in cui gli algoritmi – ovvero i meccanismi che regolano le risposte che otteniamo dai motori di ricerca e l'ordine in cui i vari post vengono mostrati sui social network – influiscono sulle informazioni che riceviamo quotidianamente.

Ma come funziona questo algoritmo? Non è dato saperlo con precisione, visto che sia Google, sia Facebook, sia tutti gli altri motori di ricerca e social network che ne fanno uso custodiscono gelosamente il segreto; ma col passare del tempo si è capito che, nel caso di Google, a giocare un ruolo decisivo sia la nostra “storia personale”: cosa abbiamo visitato in passato, su quali siti torniamo più spesso, quali abbiamo abbandonato rapidamente e via così.

Il caso di Facebook è invece più complesso, visto che per decidere quali post di quali amici vedremo o quali notizie di determinate testate appariranno sul nostro newsfeed ci si basa su molteplici fattori: la quantità di interazioni (se mettiamo tanti “like” ai post di una certa persona vedremo sempre quello che pubblica); la qualità delle interazioni (un commento o una condivisione valgono più di un like); il tipo di post (un video vale più di una immagine, una immagine vale più di un link) e moltissimi altri fattori che l'algoritmo di Facebook – che viene modificato in continuazione – prende in considerazione.

In questo modo, però, è Facebook a decidere cosa vediamo e soprattutto cosa non vediamo, nel tentativo di mostrarci sempre contenuti che siano di nostro gradimento e che suscitino una qualche nostra azione. L'accusa viene sempre rigettata dai dirigenti del social network, come fatto da Andy Mitchell all'ultimo Festival del giornalismo di Perugia: “Non è Facebook a decidere, sono gli utenti a scegliere, interagendo con i contenuti che interessano maggiormente. Voi ci mandate dei segnali, noi rispondiamo”.

E la cosa è sicuramente vera. Ciò non toglie che il meccanismo dell'algoritmo fa sì che una parte dell'informazione che circola sui social network, magari molto importante ma con la quale solitamente non interagiamo, ci venga di fatto nascosta. Con il rischio di venire rinchiusi in quella che Eli Parisier, nel suo saggio Il Filtro, del 2011, ha chiamato “filter bubble”: una bolla di filtraggio nella quale siamo rinchiusi e in cui ci viene mostrato solo ciò che ci piace, con il rischio di perdere per strada informazioni molto rilevanti.

Il mio disagio si è fatto molto forte nel momento in cui mi sono accorto che i miei amici conservatori stavano scomparendo dalla mia pagina di Facebook”, scrive il progressista Parisier. In effetti, noi tendiamo a mettere “like” e a condividere i post delle persone con le quali andiamo più d'accordo; in questo modo però chi non la pensa come noi tende a venirci nascosto. E allora come si fa a scoprire qualcosa di nuovo, che ci faccia cambiare idea, che ci sorprenda?

Lo stesso discorso può valere anche per Amazon o Netflix. Se nuovi libri e nuovi film ci vengono suggeriti, sempre da un algoritmo, basandosi su quello che abbiamo visto in precedenza, come facciamo a scoprire qualcosa di nuovo, di sorprendente, che ancora non sappiamo di voler scoprire? Ormai, gli algoritmi sono necessari per evitare di farci affondare nel mare di informazione che ci circonda, ma sarebbe molto importante che ci fosse una maggiore consapevolezza del modo in cui questi operano, del ruolo sempre più importante che hanno nelle nostre vite (per esempio mostrandoci pubblicità su determinati oggetti che appaiono, “come per magia”, proprio dopo che abbiamo scritto qualcosa che li riguardava) e dei loro lati negativi.

Come scrive la data scientist Rachel Shadoan, se non conosciamo il meccanismo che regola gli algoritmi, “non sappiamo quali informazioni erano accessibili, e perché una particolare parte di esse sia stata selezionata rispetto alle altre. Senza quel contesto, non siamo capaci di mappare le lacune della nostra conoscenza. Filtrando gli input che riceviamo — scegliendo le informazioni per noi — questi algoritmi danno forma ai nostri pensieri”.

Proprio per questa ragione, sta prendendo piede un movimento che chiede che gli algoritmi diventino pubblici, per legge. In modo da farci capire perché e in che modo certe cose ci vengono mostrate e altre invece ci vengono nascoste. Per fare sì che sia l'utente a controllare il programma e non viceversa. Una battaglia di principio che ha però conseguenze molto pratiche, ma che sarà molto, molto difficile da vincere.