E se la guerra tra gli schermi fosse persa in partenza? E se la guerra tra gli schermi fosse persa in partenza?

E se la guerra tra gli schermi fosse persa in partenza?

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I trend emergenti nel consumo di contenuti in rete raccontano un futuro più complesso di quello che sembrava delinearsi anche solo pochi anni fa. Nell’era dei furti di attenzione è inutile, dicono gli esperti, cercare di costruire modelli per singoli schermi o device o piattaforme: il valore è nell’esperienza complessiva.

Internet sembra nata per smentirci ogni due, tre anni. Fino a poco tempo fa dettavano legge alcuni mantra ineludibili: tutto quello che pubblichiamo rimarrà per sempre, in una conversazione siamo tutti alla pari, spariscono gli intermediatori e decidiamo sempre noi cosa leggere, vedere, sentire. 

E’ bastato uno strumento come Periscopeper rimettere tutto in discussione nel giro di qualche settimana. Il servizio che permette a ciascuno di noi di andare in diretta video in qualsiasi momento ha messo in luce non solo il ritorno di fiamma del “qui e adesso”, ma anche la volatilità dei contenuti, facendo tornare attuale l’importanza di riuscire a intercettare l’attenzione e il tempo di fruizione dell’utente, a prescindere da cosa l’utente progetta di fruire individualmente.

Ma la rivincita dei palinsesti, magari con intermediatori completamente nuovi, che potremmo essere noi stessi, è solo uno dei trend emergenti che stanno riscrivendo le previsioni degli esperti sulla fruizione dei contenuti in rete, e sui conseguenti modelli di business che potrebbero ancora una volta rivoluzionare l’ecosistema dei media.

Secondo Luca Alagna, esperto di strategie di comunicazione digitale, marketing online ed editoria digitale, questi miti stanno lasciano il posto a scenari meno innovativi ed evoluti: “Indubbiamente è un passo indietro rispetto agli scenari di disintermediazione dei palinsesti che ci aspettavamo. I filtri di contenuto dal basso stanno fallendo, e si sta tornando a un flusso gerarchico per cui è chi distribuisce contenuti a stabilire nuovamente cosa le persone fruiscono, presidiando i canali.”

Non è solo l’impermanenza dei contenuti su Periscope a segnalare questo apparente “passo indietro”. Fenomeni come Snapchat, la piattaforma di messaging che sta aprendo ai contenuti video dei mainstream publishers, costituiscono segnali interessanti di questo passaggio. “Come tutte le fasi di transizione – conclude Alagna – anche questa non comporta solo  pedaggi da pagare ma anche interessanti opportunità, come quella di ricostruire mediazioni alternative, sia dal punto di vista contenutistico che tecnologico”.

Largo dunque ai nuovi intermediatori: un ruolo che non spetta solo, necessariamente, ai grandi player del Web come Google e Facebook, ma anche a singoli utenti molto influenti nelle varie comunità verticali di contenuto.

Nel frattempo ci si domanda se oggetti nuovi, come l’Apple Watch e i visori per la realtà virtuale possano creare dall’oggi al domani nuovi mercati, oppure fallire miseramente, per la gioia di chi sta alla finestra. Secondo gli analisti di OVUM, il lancio – previsto nella seconda metà del 2015 di Oculus Rift potrebbe dirci molto sulla reale prospettiva di questi device, anche se Luca Mascaro, Founder & Head of Design in Sketchin, appare molto cauto:

“Quella di OVUM è la tipica prospettiva dal punto di vista dei produttori di hardware, e sottovaluta il punto di vista delle persone con le loro aspettative e disponibilità rispetto ai benefici che la tecnologia VR porta loro nei diversi contesti e settori. Si tratta di oggetti che possono sostituirsi ai nostri sensi cambiando la percezione della realtà che ci circonda. Per l’uomo è un salto simile a quello delle cuffie dei walkman negli anni ’70, che richiese anche una accettazione sociale non così immediata.”

Forse è dunque opportuno distinguere le applicazioni di questa tecnologia: una cosa è la prospettiva, ancora piuttosto lontana, di costituire un “sesto senso” in grado di aggregare applicazioni per ogni aspetto della nostra vita quotidiana, altra cosa è l’impatto, molto più immediato, sull’industria del gaming e dell’entertainment.

“La possibilità di immergerci completamente in un gioco, l’essere presenti a un concerto in tempo reale o seguire un film dal suo interno entreranno a far parte prima o poi della nostra quotidianità – continua Mascaro- Queste tecnologie sono destinate ad estendersi al mondo professionale, dal controllo di robot medicali alla gestione di droni logistici in cui l’operatore remoto potrà osservare liberamente il contesto in cui l’oggetto opera. Ma non credo che Oculus Rift e Google Cardboard possano entrare in questi settori, anche per un problema di form factor di questi visori.”

Il tema si riallaccia all’antica questione se i campioni dell’elettronica di consumo siano davvero in grado di creare dal nulla nuove abitudini semplicemente introducendo un nuovo “oggetto” in grado di redistribuire altrove la nostra attenzione. Il caso di Apple Watch è molto interessante:  se da un lato ci sono ancora incertezze sui dati delle prime vendite, da qualche settimana sono a disposizione sondaggi sulla soddisfazione dei primi acquirenti che sembrerebbero molto lusinghieri. Peccato che da sempre gli early adopters di nuovi prodotti Apple hanno un giudizio distorto dalla necessità di dover giustificare una spesa piuttosto alta, come quasi sempre si è costretti a fare quando si acquista l’ultimo grido tra i prodotti della casa di Cupertino.:

Anche Mascaro confessa di essere un Apple Early Adopter, ma è convinto che il nuovo smartwatch non sia destinato a togliere appeal al telefono cellulare che abbiamo in tasca. “I benefici del wearable, per esempio la sua nuova sensoristica per il controllo costante della salute, si colgono proprio se usati in combinazione con lo smartphone, anche – banalmente – per tutti quei microtask che ti permettono di risparmiare batteria sul telefono, un problema molto sentito dai consumatori.” Attenzione, però, a non considerare il wearable un trend a sé stante, separato dalla capacità di creare servizi utili per le persone: Google, in proposito, si è già scottata con la prima versione di Google Glass.

Il fatto che non sia possibile creare una proposizione di valore “imprigionata” in un singolo dispositivo è confermato anche dai trend sulla connected television. A questo proposito abbiamo sentito Stefano Epifani, docente a Scienze della Comunicazione presso l'Università "La Sapienza" di Roma che abbiamo incontrato per una analisi a 360° sui nuovi web trends.

 

"Anche se i produttori di elettronica di consumo si ostinano a offrire soluzioni all’interno dei singoli apparati - sottolinea Epifani - non possiamo più considerare i canali distributivi come cluster chiusi. Dagli studi comportamentali ormai sappiamo che le persone usano gli altri schermi mentre guardano la tv. E quello che vedremo sempre più spesso è che smartphone e tv interagiranno. Non sarà la tv a governare il flusso di streaming, e sarà costretta a interagire con uno spettatore non più passivo ma uno smart user".

L’ostinazione di major e broadcaster nasce dalla constatazione che questo smart user secondo gli analisti di OVUM non sarà maggioritario in un futuro prevedibile, e non è quindi ancora un mercato prioritario. Fatto sta che con questa evoluzione, prima o poi bisognerà fare i conti: è un fenomeno balistico, non sappiamo quando atterrerà il missile, ma ormai è stato lanciato.