Cultura e rivoluzione digitale: intervista con Marino Sinibaldi Cultura e rivoluzione digitale: intervista con Marino Sinibaldi

Cultura e rivoluzione digitale: intervista con Marino Sinibaldi

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Secondo il Direttore di Radio3 internet è una grande opportunità per allargare il pubblico dei contenuti "alti". La cultura, finalmente libera dai palinsesti dei media tradizionali, può raggiungere tutti, dando un senso e un valore a qualsiasi momento della nostra giornata. Ma ora la sfida cambia: conquistare uno spazio nel "palinsesto personale" di un individuo che - con uno schermo sempre in tasca - può fare praticamente qualsiasi altra cosa.

La rivoluzione digitale apre nuovi spazi e nuovi linguaggi alla cultura:   le dirette in streaming di #PappanoinWeb, trasmesse anche con la  tecnologia 360°, ne sono una delle testimonianze più consistenti.

Per approfondire le prospettive di questa transizione, densa di opportunità ma anche di sfide non irrilevanti, abbiamo incontrato Marino Sinibaldi, Direttore di Radio3, l'emittente pubblica consacrata alla cultura che da tempo è impegnata in un importante sforzo di digitalizzazione dei propri contenuti e di diversificazione delle modalità di fruizione.

Che cosa succede ai contenuti di alto profilo, come quelli diffusi dalla vostra emittente, con l'avvento di un canale di distribuzione virtualmente infinito come Internet?

Secondo me sta succedendo qualcosa di enorme, di paragonabile all’invenzione della stampa o addirittura all’invenzione della scrittura. La smaterializzazione dei contenuti culturali è un evento di portata epocale, del quale ancora non siamo in grado di capire le connessioni.

Noi percepiamo solo dei frammenti di questa trasformazione, frammenti che generano anche un atteggiamento ondivago di entusiasmo, di ottimismo o di pessimismo. Rischiano di ripetersi le vecchie categorie degli “apocalittici” e degli “integrati”, senza che questo contribuisca a una lettura critica dell’elemento innovativo e democratico che è implicito nel fenomeno. I contenuti, diventando beni immateriali, sono separati dai supporti fisici che un tempo avevano, e questo permette una circolazione molto ampia, un controllo e costi molto minori. Questi sono gli elementi più positivi per me. C’è però in corso anche quella che definisco la lotta di classe della nostra epoca tra questa potenziale libertà di circolazione e il tentativo di aziende multinazionali e istituzioni di innalzare muri dove  muri non sono più necessari e non sarebbero nemmeno più possibili.

C’è un grande ottimismo, tra gli entusiasti della rete, per l’enormità degli spazi a disposizione per i contenuti di alto livello, che non devono più lottare per trovare una collocazione in un palinsesto e combattere coi vincoli e requisiti di un solo modello di business dominante. Ma non possiamo dimenticare un altro grosso vincolo che si affaccia all’orizzonte: la necessità di conquistare il palinsesto personalizzato della giornata dell’utente. Il canale distributivo non è più esclusivo, quindi è difficilissimo inserirsi nella vita del potenziale fruitore, bersagliato da “canali infiniti”, ma anche dalle migliaia di altre cose che si possono fare su tutti altri schermi che portiamo con noi. Che cosa può fare un contenuto culturale per trovare uno spazio con così tanta concorrenza?

Dobbiamo separare alcune questioni. Per esempio, è rivoluzionario il fatto che il destinatario di tutta questa massa di messaggi è un solo individuo con un tempo limitato a disposizione, anzi con un tempo che non sembra crescere più. Non dimentichiamo che gli orari di lavoro, che pure sono diminuiti per tutto il ‘900, non calano più, hanno una forma più discontinua, più frammentaria. Una volta i mass media si inserivano negli spazi lasciati liberi dal tempo di lavoro, il cosiddetto “tempo libero”, ma oggi questo non avviene quasi più. Non che il tempo sia scomparso, semplicemente è diventato interstiziale, frammentario, ed è in questi frammenti che si collocano i nuovi media, con nette conseguenze sia dal punto di vista della tecnologia, sia dal punto di vista del linguaggio. Soprattutto per chi fa comunicazione è una questione decisiva: alla radio io so di non parlare più a un pubblico che segue necessariamente il mio palinsesto, cioè a un pubblico che aderisce alla mia immaginazione della sua giornata di lavoro e di consumo, ma  di parlare a  persone che possono accedere ai contenuti in qualunque momento.  Oggi ognuno sceglie il tempo che preferisce, ma una volta non era così: una cosa che era accaduta per radio, era andata in onda. Se non l’avevi sentita, l’avevi perduta. Oggi questo lo viviamo come un limite, ma nel piano della comunicazione, sul piano psico-percettivo non lo era: l’irrepetibilità era una qualità. Quando nacquero le comunicazioni di massa nel ‘900 la simultaneità, cioè l’emozione di assistere a un evento o di conoscere un evento mentre accadeva, era un fatto senza precedenti nella storia. L’esito della Battaglia di Waterloo, per intenderci, era una notizia che impiegava settimane per raggiungere le varie parti d’ Europa. Non a caso, quando ricostruisco le origini della comunicazione di massa, parto spesso dalla Maratona, cioè dal fatto che per comunicare una notizia bisognava darla in carico a qualcuno che fisicamente la portasse. Oggi tutto questo si frantuma letteralmente perché la separazione tra supporto e contenuto non legittima più nemmeno l’idea di palinsesto e demolisce l’idea di comunicazione di massa. La comunicazione è diventata una cosa a cui si attinge.

Quali saranno i passi necessari di questa trasformazione del sistema dei media, e quanto tempo sarà necessario per vederlo cambiare completamente?

Siamo ancora all’inizio del processo: guardando gli ascolti televisivi, per esempio, lo sgretolamento di quella massa dell’ascolto fondato su palinsesti generalisti, non sembra così veloce come forse si poteva pensare, ma la tendenza è sicuramente quella. In questa transizione ci sono alcune cose interessanti, positive e negative. Una negativa è il senso di frustrazione: secondo me chi produce i contenuti deve pensare di arrivare a soggetti che non traggono dalla sensazione di abbondanza solo elementi di soddisfazione o di potenzialità, di euforia, ma anche un elemento di frustrazione, di perdita di possibilità. Questo è un tratto molto significativo del nostro tempo che genera autentiche malattie sociali. Non dobbiamo mai dimenticare che quando le persone vedono o sentono una cosa sanno che se ne perdono altre.

Cosa può fare una radio di flusso per assecondare il passaggio a un modello di tipo on-demand?

Un passaggio necessario è moltiplicare l’offerta. Una volta un canale radiofonico era appunto un canale radiofonico. Adesso è un canale radiofonico ma anche  un sito internet, è una proposta continua di podcast, è la possibilità di riascolto illimitato. Tutto questo è agli inizi, quindi io non sono in grado di valutarne gli effetti. Sicuramente basta accennare a questi piccoli elementi:  la possibilità, per esempio, della radio di spezzare il patto della simultaneità, - che poi era la vera ragione di successo del mezzo radiofonico - implica molte conseguenze e naturalmente possibilità.

La vostra Radio3 è un efficace mix di “parola colta” e “musica colta” che ormai appartiene alle abitudini degli ascoltatori. Eppure esistono radio pubbliche, in giro per l’Europa, completamente consacrate alla musica classica e all’opera, come BBC Radio3 e France Musiques, e anche la vostra Radio5 classica (mutuata dal vecchio 5 canale della filodiffusione, che trasmette musica classica senza interruzioni) sta avendo un successo superiore alle attese, come si ci fosse una “richiesta di purezza” in un etere radiofonico affollato di troppe parole e troppo rumore. Non sarà che il web ci sta “rieducando” a una specializzazione anche dell’ascolto, dove andiamo a cercare esattamente quello che vogliamo anche girando la manopola della modulazione di frequenza?

E’ proprio così. Il fatto che ovviamente in Italia non esistano due canali distinti, a differenza di  Francia o Inghilterra -  ove ad esempio esistono due reti radiofoniche distinte della BBC, una per la musica e l’altra per la cultura parlata - può nascere da un limite culturale del nostro Paese; in realtà però ho sempre visto questo aspetto come un tratto positivo, come il fatto che una proposta culturale, anche solo un’autoformazione culturale è fatta di tutte queste cose.  Per intenderci, noi vorremmo che le nostre trasmissioni di teatro fossero ascoltate dagli appassionati di Opera Lirica, che vorremmo a loro volta all’ascolto delle interviste letterarie di Fahrenheit, ecc. ecc. Per me fare cultura vuol dire soprattutto questo. La Rete interseca questo nostro sforzo come uno strumento che tende a saziare qualunque desiderio particolare, e forse il nostro compito sarebbe quello di provare ad andare oltre i desideri dell’ascoltatore. Ma non possiamo sottovalutare la crescente richiesta di  specializzazione, e oggi in rete una radio può creare senza problemi un canale parlato distinto da un canale musicale, ma anche di creare un canale dedicato solamente alla scienza o alla geopolitica o al cinema. Questo, indubbiamente, è il futuro.

La rete offre alle stesse istituzioni culturali l’opportunità di distribuire direttamente i loro contenuti. Lo fanno i Berliner Philarmoniker, che hanno da tempo una offerta commerciale di contenuti in streaming gestita esclusivamente da loro. Questo riavvicina l’area del sussidio economico al luogo in cui i contenuti nascono, con conseguenze positive per chi si occupa dei contenuti culturali, che normalmente sono penalizzati dalle regole fissate da un distributore. Grazie alla rete, anche chi organizza un festival può distribuire i contenuti con l’aiuto dei propri sponsor. Radio3 è molto presente nei festival culturali, fate le dirette da lì, e sembrate aver capito di costituire una sorta di collante della grande community di chi li frequenta.  

L’idea è che non ci sono più i contenuti esclusivi.  Che per noi, per esempio, erano la musica classica, per ascoltare la quale dovevi passare per Radio 3. Adesso ci sono tanti altri modi: non solo online, ma anche con le collane dei CD allegate ai quotidiani. Inoltre entrare in una sala da concerto non ha più quel carattere intimidatorio che aveva prima. Lo stesso accadeva per l’informazione: una volta i giornalisti dominavano  le poche vie d’accesso al contenuto come dei casellanti che chiedono il pedaggio. E in TV non era diverso: non si doveva fare molto, ma solo presidiare l’accesso e incassare il canone. Oggi per noi la musica classica è ancora un carattere distintivo, ma la sfida è che ci sono molteplici vie di accesso alternative. Quindi,  come fare per sostenersi economicamente?  Come attrarre l’ascoltatore sul proprio canale e farlo arrivare a quel determinato prodotto? Noi crediamo che la chiave sia una buona confezione, la credibilità, la competenza, la scoperta, l’innovazione, ma anche la capacità di connessione. In quest’ultimo aspetto il Web, che pure è il grande luogo della connessione, non offre solo vantaggi: spesso lo usiamo come un insieme di nicchie dove trovare chi ci somiglia, chi ha gli stessi gusti. Ecco, il nuovo ruolo della comunicazione di massa potrebbe essere diventare uno strumento che si pone tra il generalismo e lo specialismo implicito della Rete. Ma che – come noi ai Festival -  sta anche in mezzo alle persone, diventa un elemento connettivo tra di esse.

Parlando ancora di radio come community, Radio3 ha una community di ascoltatori incredibilmente orgogliosa, coesa e persino capace di organizzarsi e mobilitarsi. Lo dimostrano le vostre trasmissioni di approfondimento dell'attualità, dove  la mattina la redazione raccoglie i “segnali deboli” che arrivano da chi ascolta “Prima Pagina”, la vostra rassegna stampa, e li rimette subito in circolo nell’approfondimento di “Tutta la città ne parla”. In alcuni casi è persino emerso l’elemento emotivo della radio, che si è mostrata un mezzo vicino alle persone rispetto – per esempio – alla TV.

Questa è la chiave della radio della fine del Novecento: la prossimità. La radio è diventata il mezzo più prossimo, più vicino alle persone. Se chiedi ad un ascoltatore  perché ascolta la radio, ti risponderà: “perché mi fa compagnia”. E la risposta sarà uguale sia che ascoltino Radio3, Radio Maria o Radio Kiss Kiss. Perché quindi questo elemento della compagnia? Perché la radio si pone allo stesso livello di chi l’ascolta. Il paradosso straordinario è che la radio nasce in un contesto del tutto diverso: all’inizio era un mobile da posizionare al centro della casa, per ascoltarlo bisognava avere spazio e tempo; doveva avere un linguaggio generalista perché si rivolgeva a tutti, padri e figli. Con il transistor la radio si smaterializza e improvvisamente diventa altro, un oggetto personale, e questo si associa alla contemporanea rivoluzione del linguaggio dettata anche dalla nascita del Rock and Roll. Sparisce la radio “autorevole” o addirittura autoritaria, come era quella dei totalitarismi politici ma anche, più tardi, la radio del “totalitarismo democratico”, quello dei consumi.

Insomma la radio perde di colpo l’autorevolezza, sconfitta sia dalla penetrazione di un linguaggio nuovo, quello televisivo, sia  dalla frammentazione dettata dall’innovazione tecnologica della miniaturizzazione. Diventa più portatile quindi più vicina. Il linguaggio non è più una comunicazione dall’alto ma orizzontale. Come vedi, è ancora una volta la tecnologia, alla radice di tutto. Ma la prossimità è intrinseca nella radio anche come mezzo: in radio  si comunica con la voce, cosa che pone l’ascoltatore e il conduttore sullo stesso piano, perché basta parlare.  In TV invece questo non accade perchè il conduttore appare, gode di una netta superiorità percettiva perché è presente con il proprio volto e corpo. Pensa a quanto questa semplice differenza sensoriale possa incidere. Non è un caso se i programmi televisivi con le telefonate in diretta non funzionano altrettanto bene.