L’accesso a Internet come diritto costituzionale: quando la legge insegue la tecnologia L’accesso a Internet come diritto costituzionale: quando la legge insegue la tecnologia

L’accesso a Internet come diritto costituzionale: quando la legge insegue la tecnologia

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Quasi tutte le garanzie individuali legate alla libertà di espressione o al diritto all’informazione sono previste dal nostro ordinamento avendo come riferimento le piattaforme tradizionali per la trasmissione del pensiero: libri, giornali, televisioni.

Gli strumenti tecnici (come la gerenza, la registrazione delle testate e la conseguente responsabilità editoriale) che tutelano la libertà di stampa nascono pensando esclusivamente alle testate cartacee, mentre l’impianto normativo risulta ancora del tutto inadeguato per garantire sia l’accesso alla Open Internet, sia la libertà d’espressione in rete.

E’ questo il punto centrale dell’intervento di  Fulvio Sarzana, l’avvocato impegnato sul fronte dei diritti digitali, in apertura dei lavori del seminario “Accesso a Internet e neutralità della Rete”, che si è svolto lo scorso 31 Marzo presso la facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma.

“L’equiparazione delle tutele esistenti per le testate cartacee con quelle digitali non è garantita dalle leggi esistenti – ha ricordato Sarzana – e questo ha un impatto considerevole sul tema generale dell’accesso paritario all’informazione da parte dei cittadini. Non solo non è garantito l’accesso ad internet come diritto fondamentale, ma  anche dove un diritto è previsto dalla legge, come la possibilità di consultare gli atti della Pubblica Amministrazione, intervengono ostacoli – come il divieto di un controllo generalizzato sulla PA – che ne limitano l’applicazione.”

Del resto la stessa versione italiana del Freedom of Information Act (FOIA), recentemente varata dal Parlamento Italiano, presenta vincoli e modalità che non mancano di sollevare polemiche anche aspre tra gli attivisti digitali, specialmente se confrontato con il grado di libertà di accesso garantita da leggi simili negli ordinamenti più avanzati in materia, e in particolare quelli del mondo anglosassone.  Qui da noi invece l’unico baluardo può essere l’azione del giudice che può essere più o meno sensibile nel difendere i diritti legati alle motivazioni dei cittadini  nel consultare gli atti pubblici. Dalle motivazioni specifiche, normalmente tutelate, a quelle generali, che sono invece al centro del dibattito.

Ma il fronte più caldo rimane quello del confine tra illeciti online e libertà di espressione. Anche se secondo l’ultimo rapporto di Freedom House sulle libertà in Internet  il nostro Paese sembrerebbe uno dei più liberali, c’è un dato che preoccupa:  “L’Italia,– ha aggiunto Sarzana – è il paese con più provvedimenti restrittivi ai danni dei siti, ben 7000 nel corso del 2016, a fronte di numeri nemmeno paragonabili, nell’ordine delle decine di atti per impedire l’accesso ai siti, tipici di paesi come la Francia e la Germania”.  Il fatto che siano gli stessi ISP che, su iniziativa dell’autorità giudiziaria, debbano svolgere questa attività di “poliziotti della Rete” è di per sé molto controverso. Il grado di discrezionalità delle decisioni quasi sempre tutela soggetti dotati di forti strumenti legali rispetto ai privati cittadini.

“E’ necessario un miglior bilanciamento tra privacy e copyright – ha concluso Sarzana -  ma in assenza di un riconoscimento del diritto all’accesso è difficile fare passi avanti. C’è che chiede che gli ISP debbano svolgere addirittura un ruolo di sorveglianza preventiva, ma sarebbe un assurdo legale.”.

Tutto sarebbe più semplice se questi diritti fossero costiuzionalmente garantiti, meglio ancora se a livello europeo. In proposito un ricercatore siciliano, Angelo Alu’, si è fatto promotore dal 2014 di una importante petizione per includere il diritto di accesso a internet direttamente nella costituzione europea.

Quando gli abbiamo chiesto se introducendo specificamente “Internet” in un articolo di legge non si corra il rischio di “tecnodeterminismo”, dando per scontato che dalla natura tecnica di una particolare piattaforma possano discendere diritti e garanzie per il cittadino, polarizzando il dibattito e facendo così il gioco di chi difende i “diritti delle piattaforme preesistenti, Alu’ ci ha risposto con cortesia:

“Il punto è che l’accessibilità è nel DNA di internet, e l’azione delle piattaforme preesistenti per limitarne gli ambiti di azione la stanno affievolendo. I padri del cluetrain manifesto sono stati i primi a rendersene conto, quasi lanciando un grido d’allarme. Ciò di cui ci stiamo rendendo conto è che proprio nei Paesi dove tali ambiti sono più frustrati, quelli dell’Europa Meridionale, il risultato è un divario digitale più ampio, anche tra generazioni, e questo è un processo che deve essere arrestato. Attraverso una azione per sviluppare le infrastrutture, la diffusione di linguaggi e tecnologie interoperabili, la lotta ai walled garden e l’interconnessione delle reti. E’ proprio l’esperienza dei paesi del nord Europa, da cui trae ispirazione l’Agenda 2020 della commissione europea,  a dirci che l’inclusione digitale significa crescita economica, e quindi benessere sociale."