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La sostenibilità delle alghe marine

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Negli ultimi decenni si è assistito all'esplosione dell'industria delle alghe marine, la cui produzione è passata da 3,8 milioni di tonnellate nel 1990 fino a 25 milioni nel 2015, raggiungendo un valore complessivo di 6,4 miliardi di dollari. Circa la metà di questa produzione arriva dalla Cina, ma un contributo sempre crescente lo danno Indonesia, Corea del Sud e Filippine. Negli scorsi anni, inoltre, hanno iniziato a farsi avanti le piccole produzioni di Canada, Africa orientale ed Europa del nord.

Un'esplosione che è merito dei tantissimi utilizzi che si possono fare di questo vegetale: nonostante la destinazione principale sia quella alimentare, le alghe sono sempre più usate come fertilizzante, come cosmetico, come pittura, come dentrifricio e in moltissime altre applicazioni farmaceutiche.

L'importanza dell'industria delle alghe marine è da sempre sostenuta dagli ambientalisti, essendo una produzione che non richiede l'utilizzo di fertilizzanti, aspetto che la rende una forma molto sostenibile di coltura, e che in molti casi ha sostituito, come forma di sostentamento delle comunità locali, la pesca praticata ancora con metodi distruttivi, come quella con la dinamite.

I rischi del successo

Come spesso avviene in questi casi, però, è proprio la rapida espansione di questa forma di acquacoltura che rischia di vanificarne l'attuale sostenibilità: il canadese Institute for Water, Environment and Health ha recentemente avvertito dei rischi a cui va incontro la coltivazione di alghe marine se si diffonderanno alcune pratiche negative, come per esempio l'introduzione di parassiti non indigeni (come già avvenuto nelle Filippine tra il 2011 e il 2013) e lo sfruttamento eccessivo delle coste marine.

“La rapida crescita della coltivazione globale di alghe sarà un bene per il commercio, ma bisogna fare attenzione a minimizzare gli effetti negativi che questa industria può avere sull'ambiente costiero e marittimo”, spiega la dottoressa Elizabeth Cottier-Cook, capo della Scottish Association for Marine Science. “Questa industria deve svilupparsi conservando gli aspetti di sostenibilità ambientale che l'hanno sempre caratterizzata; mantenendo elevati standard di bio-sicurezza, per evitare l'introduzione di parassiti estranei e malattie, e formando cooperative in grado di mettere d'accordo i vari produttori per evitare che la loro concorrenza porti a uno sfruttamento eccessivo delle coste marine”.

Il rischio è che il successo di un'acquacoltura sostenibile, che ha anche alleggerito molti mari dalla pesca intensiva, finisca col trasformarla, paradossalmente, in una coltivazione dannosa quanto e più di altre.