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Le nazioni più povere si impegnano a diventare 100% green

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Le nazioni più povere sono spesso anche le più colpite dagli effetti del cambiamento climatico. Per questa ragione, 47 paesi in via di sviluppo – dal Bangladesh, all'Etiopia, ad Haiti – si sono uniti nel Climate Vulnerable Forum, esplicitando i loro piani per il futuro durante una conferenza ONU sui cambiamenti climatici che si è tenuta a Marrakech, Marocco. L'obiettivo di queste nazioni è di quelli ambiziosi: convertirsi in paesi completamente sostenibili, la cui energia sia quindi prodotta solo da energie alternative, in un lasso di tempo che va dal 2030 al 2050.

I membri del CVF hanno dichiarato di voler così contribuire al raggiungimento degli obiettivi siglati durante la conferenza per il clima che si è tenuta l'anno scorso a Parigi, in particolare la necessità di evitare che il riscaldamento globale in questo secolo superi 1,5°. Una cosa, però, è evidente a tutti: senza l'impegno delle nazioni più ricche, e più inquinanti, sarà molto difficile tenere fede all'impegno preso, indipendentemente dagli sforzi che possono fare le nazioni in via di sviluppo.

“Non riusciamo a capire che cosa stiano aspettando le nazioni più ricche a prendere una direzione 100% sostenibile”, ha spiegato Edgar Gutierrez, il ministro dell'Ambiente del Costa Rica. “Tutti i partiti di ogni schieramento dovrebbero iniziare la transizione, altrimenti ne pagheremo le conseguenze”.

Il fattore Trump

Una transizione verso la sostenibilità resa più complessa da quanto avvenuto negli stessi giorni della conferenza di Marrakech: l'elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte dichiarato di non credere al cambiamento climatico (definito nel 2012 un'invenzione della Cina per boicottare gli USA) e di non voler spendere “nemmeno un dollaro” per combattere il riscaldamento globale.

La promessa elettorale di Donald Trump rischia di concretizzarsi anche nella cancellazione degli impegni che gli Stati Uniti hanno già preso, per esempio i 2,5 miliardi di dollari che devono ancora versare al Green Climate Fund, che ha proprio lo scopo di aiutare le nazioni più povere nella transizione verso la sostenibilità.

Se davvero Donald Trump dovesse ritirare gli USA dagli accordi di Parigi, questo non solo vanificherebbe qualsiasi sforzo da parte dei paesi del Climate Vulnerable Forum, ma rischierebbe di provocare a cascata la fuoriuscita di altre nazioni: “Se gli Stati Uniti escono e altri magari tagliano i fondi, si creerà un'incertezza che rischia di ostacolare tutti quanti”, ha spiegato Tosi Mpanu-Mpanu della Repubblica Democratica del Congo.

Considerando che due soli paesi, Cina e Stati Uniti, sono responsabili del 44% delle emissioni globali, è evidente come non sia possibile pensare a un futuro in cui il riscaldamento globale viene combattuto e fermato senza un impegno forte e convinto proprio da parte di chi, oggi, rischia di fare una brusca retromarcia dagli impegni già sottoscritti.