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Le imprese e il valore condiviso

Il caso dello Shared Value in Italia

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La società in cui viviamo sta attraversando cambiamenti tanto profondi quanto rapidi; cambiamenti che incidono sulle richieste e le necessità delle persone e sulle aspettative che nutrono nei confronti degli attori privati e pubblici. Qual è allora il ruolo delle imprese in un mondo che continua a cambiare?

Una possibile risposta arriva dalla teoria della “creazione del valore condiviso” (creating shared value, CSV), un concetto introdotto per la prima volta nel 2009 dagli economisti Michael Porter e Mark Kramer: le imprese private possiedono competenze, risorse e capacità in grado di dare risposta ai bisogni della collettività, e possono metterle in campo non solo in un’ottica di filantropia o di riduzione degli impatti negativi che generano, ma con strategie che coniugano i benefici per la società e le comunità in cui operano con benefici tangibili per il proprio business.

Le imprese devono quindi rivoluzionare il modo in cui guardano al contesto per individuare opportunità di creazione di valore condiviso: ad esempio, possono ripensare i loro prodotti per andare incontro ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze della società; possono ridefinire il modo in cui gestiscono la loro catena del valore per ridurre l'impatto ambientale e sociale e al contempo aumentare la propria efficienza; possono aiutare la loro comunità a crescere e svilupparsi, migliorando la produttività di tutto l'eco-sistema e favorendo quindi anche la propria crescita e prosperità nel contesto in cui operano. In sintesi: le imprese devono lavorare con l'obiettivo di far incontrare le loro proposte di mercato con i bisogni che emergono all'interno della società.

La missione delle imprese

Ripensare la missione delle imprese nella società può portare grossi benefici anche alle imprese stesse (per questo si parla di “valore condiviso”): dal miglioramento della reputazione all'accesso a nuovi mercati, fino all'opportunità di ridurre i costi e aumentare i ricavi, grazie a una maggiore efficienza produttiva.

La creazione di valore condiviso ha quindi le potenzialità di incidere in modo positivo sulla società e sul rapporto tra aziende e consumatori, creando benefici per tutto il sistema. Ma a che punto è l'Italia, da questo punto di vista? Le imprese italiane contribuiscono allo sviluppo economico e sociale del paese? A queste domande ha provato a rispondere una ricerca svolta da SCS Consulting e ALTIS (Alta Scuola Impresa e Società dell'Università Cattolica di Milano) in collaborazione con la Shared Value Initiative, la “comunità di pratica” internazionale fondata da M. Porter e M. Kramer nel 2012 con l'obiettivo di mettere insieme imprese, no-profit ed esperti del settore.

Alla ricerca hanno partecipato 74 organizzazioni, costituite per il 90% da imprese “for profit” in larga maggioranza di grande dimensioni, rappresentative di tutti i principali settori economici. Dallo studio è emerso che le aziende guardano al contesto sociale in cui operano con consapevolezza sempre maggiore, focalizzando la loro attenzione su bisogni che sono centrali sia per la collettività sia per il loro business.

Quando si tratta di prendere decisioni strategiche, sono soprattutto tre i bisogni sociali che le imprese prendono in considerazione: l'accesso dei consumatori a servizi e prodotti di qualità (84%), il grado di innovazione, anche tecnologica, dei prodotti e dei servizi (74%) e il benessere economico, inteso come l’accesso a opportunità di lavoro, al credito, e in generale a condizioni di vita eque e dignitose (73%).

La quasi totalità delle imprese vede in questo approccio un volano per la competitività, ma al momento solo il 51% delle imprese ritiene che la creazione di valore condiviso sia già parte integrante della strategia della propria azienda, mentre un ulteriore 20% lo applica soltanto rispetto a temi di specifico interesse. Per esempio, la larghissima maggioranza delle imprese agisce per favorire lo sviluppo della comunità in cui l’azienda stessa opera, attraverso interventi diretti in ambito infrastrutturale, culturale, educativo, sociale. Meno frequentemente, invece, le imprese si sentono parte di un ecosistema, di cui fanno parte anche ONG e settore pubblico, capace di agire in modo congiunto – attraverso collaborazioni e partnership – per generare un impatto più ampio e durevole sulla comunità.

C'è invece una “prontezza” maggiore, da parte delle aziende, nel momento in cui le richieste arrivano direttamente dai consumatori: l'86% delle aziende che hanno partecipato alla ricerca afferma di rispondere alle nuove esigenze della collettività, così da aprirsi a nuovi mercati.

Il valore condiviso in Italia

Stando ai risultati della ricerca, però, è ancora presto per parlare di una piena diffusione, in Italia, dell’approccio orientato alla creazione di valore condiviso: il fenomeno, al momento, viaggia a doppia velocità. Ci sono aziende che, grazie a un forte commitment da parte del vertice, hanno rivisto integralmente la propria strategia e attivato strumenti e processi coinvolgendo tutti i livelli dell'organizzazione, ma la maggioranza delle imprese si è limitata a progetti pilota.

Che cosa manca, allora? Prima di tutto, secondo l'80% degli intervistati, è necessario che all'interno del top management delle imprese si diffonda maggiormente la cultura del valore condiviso; c'è quindi bisogno di continuare ad alimentare un dibattito che, al momento, è ancora molto giovane. Inoltre, solo il 50% delle imprese ha definito chiaramente i criteri per misurare i risultati prodotti dalle azioni di CSV nel medio-lungo termine. Una carenza che impedisce di misurare e anche di mostrare (sia all'interno, sia all'esterno) i benefici apportati all'impresa e alla collettività.

Per il futuro, quindi, non è importante solo diffondere la cultura del valore condiviso, ma anche la conoscenza degli strumenti di misurazione dell'impatto che le azioni intraprese possono avere, in modo da sottolineare e rendere evidenti i benefici che la creazione di valore condiviso porta a tutti gli attori coinvolti: dalle imprese più grandi fino ad arrivare alle fasce più deboli della società.