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Giuseppe Recchi

21/01/2017 - 09:00

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Da aprile 2014 Giuseppe Recchi è Presidente Esecutivo di Telecom Italia, dopo aver ricoperto lo stesso ruolo in Eni dal 2011.  

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Telecom Italia ha l'ambizione di guidare il progresso industriale del nostro Paese, perchè stiamo vivendo un momento straordinario di incredibili opportunità che la tecnologia offre. Milioni di persone potranno parlare tra loro, miliardi di dati potranno essere scambiati grazie alle nostre infrastrutture

Giuseppe Recchi, Presidente Esecutivo di Telecom Italia

È nato a Napoli nel 1964.

È Presidente Esecutivo di Telecom Italia da aprile 2014 e Presidente della Fondazione TIM, prima denominata Telecom Italia, da luglio 2014.

È stato Presidente di Eni dal 2011 al 2014.

È Consigliere di UnipolSai Assicurazioni SpA.

È inoltre componente del Consiglio Generale di Confindustria dove ha fondato il comitato per l'attrazione per gli investimenti esteri in Italia. Fa parte del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, del Comitato per la Corporate Governance  e del Consiglio Direttivo di Assonime.

È Chair della Task Force on Improving Transparency and Anti-Corruption del B20.

È stato fino al 1999 imprenditore con l'Impresa Recchi Costruzioni Generali, gruppo attivo in 25 Paesi nel settore delle costruzioni di grandi infrastrutture pubbliche, passando molta parte della sua vita professionale negli Stati Uniti.

Nel 1999 entra in General Electric (GE): nel corso degli anni, ricopre numerosi incarichi negli Stati Uniti e in Europa tra cui Direttore di GE Capital Structure Finance e responsabile dell'M&A in EMEA.

Fino a maggio 2011 è stato Presidente e Amministratore Delegato di GE South Europe.

È stato Consigliere di Exor SpA, membro dell’European Advisory Board di Blackstone, componente dell’Advisory Board di Invest Industrial (private equity) e del Massachusetts Institute of Technology E.I. Advisory Board. Professore a contratto di Corporate Finance presso l’Università di Torino negli anni 2004-2006, è laureato in ingegneria al Politecnico di Torino.

 

Aggiornamento: aprile 2016

 

"L'Italia non è sotto scacco Quel che conta è la crescita"

Recchi: "I francesi? Telecom dimostra che la qualità vale"

Intervista MARCO ZATTERIN INVIATO A DAVOS

La qualità del sistema e non il suo passaporto. Nel fragore del circo globale allestito a Davos dal World Economic Forum, Giuseppe Recchi assicura che la sfida che attende il mondo delle Tlc, e non solo, è quella della crescita sostenibile.

E' un problema europeo, ma anche italiano, visto che da noi «fare impresa è un mestiere da eroi». Se gli stranieri varcano le Alpi, argomenta il presidente di Telecom Italia, è perché ci sono le occasioni e lo spazio per farlo. Detto questo, non vede un'offensiva di conquista mirata al Bel Paese che, comunque, offre condizioni di produzione eccezionali» e grandi opportunità per tutti.

Al cambiare dei paradigmi saranno caratteristiche cruciali. Recchi comincia dalla notizia del giorno. The Donald. «C'è grande interesse e un po' di paura per la vittoria di Trump - concede -. Tuttavia è necessario evitare i pregiudizi ideologici: Trump ha vinto le elezioni, piaccia o no, è un presidente legittimo. E' preoccupante la deriva di certa parte dell'establishment americano, che sembra voler rifiutarsi di aver a che fare con lui. Assomiglia un po' alla vecchia strategia degli anti-berlusconiani italiani: la demonizzazione del- Da noi esistono opportunità: quando gli italiani non le colgono, c'è spazio per gli altri l'avversario. Non fa bene alla democrazia e alla lunga si rivela controproducente».

 

Trump ha delle debolezze?
«La sfida di Trump è la politica commerciale. Gli Stati Uniti sono da cinquant'anni il campione della progressiva apertura delle economie. Trump ha advisor tendenzialmente protezionisti, ma non tutti. L'Europa è colpa del proprio male: sono stati i protezionismi incrociati dei Ventotto a far deragliare l'accordo transatlantico, non Trump».

La quarta rivoluzione industriale cambia anche il comparto Tic. C'è chi vede un ritorno del pubblico nell'economia e chi scommette sulle alleanze. Lei?
«Credo sia scontato che, per rispetto al denaro del contribuente, lo Stato non si avventuri in settori nei quali il ritorno sull'investimento è incerto. Il nostro settore oggi è stretto fra l'incudine della net neutrality e il martello dei nuovi protagonisti Ott. Imprese come Telecom Italia, ma potremmo dire Telefonica o ATeT, devono trovare una strada nuova per una crescita economica sostenibile, una via che consenta loro di mantenersi al centro dell'economia dell'innovazione».

Quale?
«Questa strada sembra passare per la convergenza e la fusione ATeT - Time Warner è l'esempio più macroscopico. Ma la convergenza ha bisogno di intuizione imprenditorialità, di creatività, di aziende che si as- L'Europa è colpa del proprio male: deve abbandonare i suoi protezionismi incrociati Giuseppe Recchi Presidente di Telecom Italia sumono rischi anche importanti e significativi. Tutte cose che lo Stato non sembra saper fare molto bene, e che non ha molto senso provare a fare utilizzando risorse pubbliche».

Telefonia mobile, tre operatori. Opportunità o rischio?
«E' uno status quo. Oggi le aziende competono per la qualità di rete e consumo. E' una regola aurea, ed essendo Telecom regolata, non ci sono asimmetrie competitive. L'Agcom ci ha dato ragione su come è strutturato il nostro sistema di rete. Vuol dire che l'Italia funziona. Peraltro coi listini più bassi d'Europa».

Quando le chiedono di Vivendi e Mediaset, lei dice: "Noi siamo spettatori". Viene inevitabile domandarle: le piace il film?
«Il film non è ancora cominciato. Tutto il mondo delle comunicazioni insegue una qualità dei contenuti quanto più diversificata. Vale l'esempio delle società Usa. Sono diventate leader mondiali senza che vi fosse una risposta europea».

 Telecom potrebbe essere una delle leve di una Netflix europea?
«Telecom è già un distributore di contenuti. Punta a diversificare. Abbiamo intese con gruppi quali Sky o Netflix e abbiamo deciso di entrare nella coproduzione».

 Dopo l'operazione Mediaset e Pioneer, c'è chi ha visto un'offensiva francese per conquistare l'Italia. Vero o falso?
«La realtà è che l'Italia ha cercato di difendere le aziende nazionali applicando storicamente un metodo sbagliato. L'italianita non è un necessariamente un valore in sé. Quello che conta è la capacità del sistema economico di essere nel complesso attrattivo. In questo modo, qualunque sia il passaporto dei capitali, ci sarà sempre interesse a sviluppare le aziende in un mercato di 60 milioni di persone che offre condizioni di produzione eccezionali».

 Loro vogliono invaderci?
«Non mi pare di vedere carri armati al confine. E neanche una strategia di sistema francese. Da noi esistono opportunità che nascono da imprese che hanno potenzialità. Quando gli italiani non le colgono, c'è spazio per gli altri».

Come mai i nostri non sono sulla palla?
«Negli ultimi trent'anni si è fatto di tutto per scoraggiare gli imprenditori. Dal punto di vista del business quotidiano, con burocrazia e impedimenti. E da quello della percezione, perché creare ricchezza in questo Paese è quasi diventata una colpa. Il risultato è che sono molti italiani i primi a volersene andare».

«La storia di Roma e i registi da Oscar
Così rinasce il Mausoleo di Augusto»

Recchi, numero uno di Telecom: le immagini scorreranno sulle pareti della tomba ristrutturata.

di Sergio Rizzo


Esperienza unica, l’ascensore di Ground Zero. Mentre sali scorre sulle pareti la storia per immagini di Manhattan, dalle paludi sull’Hudson alle Torri gemelle e oltre. Filmato visibile su Youtube. Dice Giuseppe Recchi: «Immaginate uno spettacolo simile su un percorso orizzontale, immenso e circolare, a Roma. E non in un posto qualsiasi, ma dentro il Mausoleo di Augusto». La tomba antica più grande dell’umanità dopo le piramidi. Da quando Benito Mussolini decise di scoprirla abbattendo l’auditorium che stava sopra, giaceva in uno stato di quasi abbandono e negli ultimi anni di abbandono totale. Finché qualcosa è cambiato.

 

C’è voluta forse la figuraccia dell’estate 2014, quando il bimillenario della morte del primo imperatore di Roma è naufragato nel pantano di una condotta sfasciata. Ma soprattutto è servito l’impegno delle persone di buona volontà. Non senza un brivido. Perché, causa burocrazia, si è corso il rischio che il finanziamento di 6 milioni concesso dalla Fondazione Tim quando c’era al Comune Ignazio Marino, essenziale per il restauro del monumento, andasse perduto. Scampato il pericolo, ecco finalmente i ponteggi, la bonifica dell’area, e i restauratori ingaggiati dalla Sovrintendenza capitolina di Claudio Parisi Presicce. E se tutto andrà per il verso giusto, fra 800 giorni dovrebbe essere un film diverso: garantisce il presidente di Telecom Italia e Fondazione Tim. 

 

Un film, Recchi? 
«Un’esperienza multimediale. Sulle pareti interne del Mausoleo di Augusto scorreranno le immagini di Roma dai tempi antichi ai giorni nostri. Questo immenso catino circolare che in duemila anni ha visto di tutto sarà la porta ai consumi culturali della città. In venti minuti chi vi entra sarà immerso nella storia più sensazionale dell’umanità, e verrà indirizzato con meccanismi interattivi verso tutto ciò che quella storia racconta: la Roma imperiale, i segni della cristianità, il barocco…». 

Che la storia di Roma sia sensazionale non c’è alcun dubbio. Ma in venti minuti? 
«Si può fare. Soprattutto se quei venti minuti sono fatti da registi italiani che hanno vinto l’Oscar».

Chi di loro? 
«Stiamo negoziando. Non dimentichi la musica. Ci saranno sorprese anche lì».

Buona fortuna. Ci vorranno altri denari. 
«Due milioni, oltre ai sei per il restauro: abbiamo un accordo anche sulla valorizzazione del Mausoleo. Quando passo in largo di Torre Argentina, dove avvenne l’omicidio di Cesare, penso a quale spettacolarizzazione fantastica si sarebbe fatta in un analogo sito a New York. Ora invece delle code di turisti ci sono quelle dei gatti». 

Ora nemmeno più. E poi Roma non è New York. 
«Eppure avremmo molto da imparare. In America persino un circo è stato trasformato in un’azienda, Cirque du soleil, che genera ricchezza infinita».

Sa che la nuova giunta comunale è contro la mercificazione culturale? 
«L’Italia ha una potenza narrativa unica che non ha bisogno di animali ammaestrati. Quest’anno i musei italiani hanno aumentato i ricavi ma credo che non siamo neppure al 10 per cento di ciò che potremmo esprimere come offerta turistica. Che poi vuol dire più soldi per aprire più siti al pubblico. È mercificazione?».

Veniamo al sodo. Cosa ci guadagnate dando 8 milioni per il Mausoleo di Augusto? 
«L’orgoglio di aiutare a restituire al pubblico, con il progetto seguito da Luca Josi, uno dei monumenti chiave della storia dell’umanità». 

Soldi, pubblicità, che altro? 
«Soldi, zero: l’accordo prevede solo una partecipazione al fatturato tale da consentirci di rientrare dell’investimento. Abbiamo l’ambizione di cambiare le modalità di fruizione del patrimonio culturale italiano avvicinandolo ai nuovi pubblici. La Fondazione Tim è una grande opportunità: ne abbiamo concentrate le risorse in progetti significativi dove l’utilizzo delle tecnologie digitali fa la differenza, sostituendo la logica della sponsorizzazione con l’idea di creare imprese non profit, ma autosostenibili e competitive». 

La pubblicità è l’anima del commercio, dicono. 
«Non è questo il caso. Il nostro è un atto, chiamiamolo così, di mecenatismo puro. Tim ha il privilegio di essere l’azienda trainante per lo sviluppo della cultura digitale del Paese».

Ricordiamo sempre che si parla di un’azienda nell’orbita francese. Curioso, no?
«Dalla nomina di questo consiglio Tim è un’azienda in trasformazione che, sia per le dimensioni come per le competenze che riunisce e il capitale umano che attiva, è strutturalmente parte del sistema Italia».

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